“BIOETICA: NUOVI ORIZZONTI PER LA SCUOLA”.
Un convegno interdisciplinare.

 di Benedetta Faraglia

Lo scorso 18 ottobre si è svolto, a Brescia, un convegno nazionale sul tema “Bioetica: nuovi orizzonti per la scuola”, organizzato dall’ARIFS onlus (Associazione per Ricerca e Insegnamento di Filosofia e Storia) e coordinato da Carlo Augusto Viano e Pietro Rossi dell’Università di Torino. Referente privilegiato, ma non esclusivo, del convegno, che ha visto la presenza di oltre 250 partecipanti provenienti da tutta Italia, è stata la scuola.

Quando si affrontano questioni di bioetica, come ha sottolineato Giancarlo Conti, presidente dell’ARIFS, l’esigenza guida deve essere quella evitare di lasciarsi sopraffare dalle emozioni, privilegiando un approccio razionale ad un tema tanto delicato, quanto fondamentale per l’esistenza di tutti. Di fronte ad allarmismi e distorsioni spesso veicolati dai mass media, l’imperativo non può che essere quello di offrire un’informazione corretta ed esaustiva sulle potenzialità e i limiti delle biotecnologie nella società odierna, tentando di fornire una risposta adeguata ai timori e alle preoccupazioni, spesso dilaganti nell’opinione pubblica, nei confronti delle nuove frontiere della scienza.

Il merito dell’iniziativa è stato quello di riunire nella discussione il contributo di filosofi, giuristi, scienziati, uomini di fede per una riflessione di carattere interdisciplinare che, dalla ricerca nei laboratori, alle pratiche negli ospedali, ai sistemi di credenze, al ruolo della politica e del diritto, coinvolge più aree di sapere e di competenze.

Nella prima parte del convegno sono state presentate diverse relazioni su tematiche specifiche, delle quali riferiamo i principali spunti di riflessione.

Carlo Flamigni, dell’Università di Bologna, si è soffermato, in primo luogo, intorno alla definizione di inizio della vita personale. Al riguardo, ancora oggi manca un consenso nel mondo scientifico: l’esistenza di un individuo, per i cattolici, infatti, inizia con il concepimento e termina con la morte, mentre per molti scienziati non si può ancora indicare un termine preciso, anche se esso non sembra proprio coincidere con il concepimento. La questione è rilevante rispetto al tema della fecondazione assistita e alla possibilità di utilizzo nella ricerca scientifica di embrioni precedentemente congelati. In riferimento alle molteplici discussioni sulla clonazione, altro nodo analizzato nella relazione, andrebbe sottolineato che, nelle diverse prese di posizioni, non si dovrebbero demonizzare le tecniche, ma, eventualmente, si dovrebbe rifiutare un uso distorto delle stesse.

Demetrio Neri, dell’Università di Messina, ha affrontato un discorso interdisciplinare sulle cellule staminali, un argomento sul quale sarebbe importante raggiungere un consenso sociale, dal momento che potrebbe portare a nuovi orizzonti nella lotta contro le malattie e la sofferenza. In particolare è stata presentata la diatriba intorno all’uso di cellule staminali adulte rispetto all’utilizzo di quelle embrionali. Attualmente le conoscenze scientifiche non sono ancora in grado di dire se si possa parlare di equivalenza tra questi due generi di cellule e la questione si incentra, quindi, su quali tipi di ricerche consentire o finanziare.

Carlo Alberto Defanti, dell’Ospedale Niguarda di Milano, ha ripercorso i cambiamenti del concetto di morte nel corso dei secoli, a partire dal Cinquecento ai giorni nostri; se una volta il segno certo della morte era dato dalla putrefazione del cadavere, oggi, esigenze di tipo sociale, oltre allo sviluppo degli strumenti di indagine, hanno portato a far coincidere questo momento con la morte cerebrale. Il dibattito, ora, ruota intorno al problema se sia giusto mantenere in vita artificialmente soggetti morenti con prognosi infausta.

L’intervento di Antonino Forabosco, dell’Università di Modena, ha contribuito da un lato a districare la differenza, spesso non conosciuta dall’opinione pubblica, tra genetica - che consiste nello studio della trasmissione dei caratteri in un singolo individuo - e genomica - che si occupa del genoma, ovvero della sequenza informazionale dei geni – ed ha sottolineato dall’altro le conseguenze che l’evoluzione di questi campi di ricerca può portare nella nostra vita; ad esempio la disponibilità di test predittivi, che possano indicare la futura insorgenza di una particolare malattia in un soggetto, condurrebbe a scelte delicate, in particolare in situazioni di diagnosi pre-natale.

Il resto della giornata è stato impegnato in una tavola rotonda che ha visto una accesa, quanto interessante, discussione tra i convenuti.

Giorgio Bouchard, pastore della Chiesa Valdese e saggista, sottolineando come, secondo la Chiesa evangelica, l’uomo sia più storia che natura, ha ribadito l’importanza della ricerca scientifica e la necessità di tendere ad un consenso di fronte a problemi di scelte etiche; nello stesso tempo ha auspicato che i conflitti, in parte inevitabili, siano vissuti attraverso un confronto di simboli più che mediante forme violente di passaggi all’atto.

Francesco D’Agostino, dell’Università di Roma Tor Vergata, ha preso in considerazione l’idea di un’etica di tipo procedurale - vale a dire delle regole del gioco che permettano di stare accanto agli altri senza confliggere -, ma, nello stesso tempo, ne ha evidenziato la fragilità, a partire da una domanda fondamentale: chi dovrebbe elaborare queste norme? Pur vivendo in un’epoca di conflittualità (bio)etiche, egli crede nella possibilità di individuare un’unica soluzione che faccia appello al criterio della ragione. Qualsiasi dibattito bioetico si deve basare su due principi fondamentali: la libertà di coloro che partecipano alla discussione e l’orientamento di tipo etico della stessa; ciò si esplica nel fatto che, se i progressi della medicina creano nuove categorie di soggetti deboli, la bioetica deve tendere alla tutela di questi, seguendo un criterio “laico” di difesa delle posizioni marginali. D’Agostino basa le sue opinioni sul principio della sacralità della vita, l’unico, a suo parere, in grado di esprimere il concetto di equità tra l’esistenza di un bambino e quella di un anziano, quella di un ricco e quella di un povero.

Un parere differente è stato espresso da Maurizio Mori, dell’Università di Torino, che afferma l’importanza di un’etica della qualità della vita, un concetto da intendersi come composto di due elementi: il rapporto tra piacere e dolore da una parte e l’autodeterminazione degli individui dall’altra. La rivoluzione biomedica degli ultimi trent’anni, che scuote i sentimenti più profondi, ha portato ad uno dei cambiamenti più grandi nella storia umana. La concezione della sacralità della vita biologica è entrata in crisi, mentre si è venuta a creare una situazione di pluralismo, consistente in una forma di ricchezza, vale a dire la possibilità per le persone di libertà e di autorealizzazione. In tale scenario è, dunque, necessario orientarsi verso un’etica forte, che individui ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; e il dibattito in questi ambiti dovrebbe sempre avvenire fondandosi su uno sforzo di rispetto intellettuale. In un periodo in cui sarebbe opportuno parlare di differenti bioetiche – cattoliche, laiche, protestanti, islamiche, ecc. - la possibilità di convivenza pacifica può essere conseguita solo adottando un criterio di libertà e di tolleranza, lasciando alle persone l’autonomia di realizzarsi come meglio ritengano. Il consenso da cercare, quindi, è quello sui valori informati, sulla libertà e sulla tolleranza.

Nel suo intervento, Gilda Ferrando, dell'Università di Genova, ha evidenziato come le nuove tecnologie creino altre possibilità di conoscenza e di scelta, dunque spazi di libertà e di responsabilità, come nuovi diritti, ovvero interessi umani che aspirano ad essere tutelati. Si tratta di diritti problematici che comportano, altresì, nuovi conflitti e ulteriori possibilità di aggressione - si pensi ad un datore di lavoro che possa conoscere la percentuale di probabilità di incorrere in una certa malattia di un proprio dipendente. La pluralità di concezioni etiche presente nella società attuale rende arduo il compito di chi deve decidere; sarebbe auspicabile una legislazione “leggera”, ovvero rivedibile periodicamente alla luce di eventuali nuove conoscenze e dati scientifici. In questo caso, il periodo di tempo limitato non si riferisce ovviamente ai diritti fondamentali della persona, ma a questioni tecniche; una scelta simile è stata effettuata, ad esempio, dalla Francia con la legislazione del 1994, rivedibile ogni cinque anni.

La bioetica che, ricorda Carlo Augusto Viano dell’Università di Torino, nasce per ri-moralizzare la medicina, ci pone di fronte al rapporto tra le convinzioni morali e le conoscenze di fatto. Oggi possiamo conoscere, a proposito della nascita, come sarà il futuro bambino, e possiamo sapere, a proposito della morte, che essa non è un istante, ma un lungo processo, del quale possiamo calcolare la durata della sofferenza. Con le nuove conoscenze scientifiche, l’interrogativo su chi siano i soggetti deboli si presenta difficile: ad esempio, dovremmo inserire in questa categoria l’embrione o il bambino venuto al mondo senza una diagnosi pre-natale? Si rifletta, ancora, sul fatto che attualmente un soggetto può ritenere responsabili i suoi genitori delle condizioni in cui è nato. Va sottolineato, inoltre, evidenzia opportunamente Viano, che le convinzioni etiche costituiscono componenti marginali del comportamento, mentre rappresentano, piuttosto, strumenti di conoscenza positiva e di immaginazione sul futuro.

Al termine della discussione sono state due le riflessioni sviluppate da Pietro Rossi, dell’Università di Torino, moderatore della tavola rotonda: da una parte si è constatato che nel campo della bioetica c’è una ricchezza di posizioni non riconducibili ad etichette politiche e religiose precise; si manifesta infatti una varietà di atteggiamenti che necessita di una legislazione, a termine o meno, suscettibile di correzioni con il progredire delle conoscenze. D’altra parte non si può che sentire una certa preoccupazione, in quanto il Parlamento italiano sembra andare in una direzione opposta, cioè verso una legislazione fondata su dettagli e non sui principi – intesi, questi ultimi, in senso giuridico, chiaramente.

La vivacità e la partecipazione vissuta nel corso del dibattito non può che confermare l’importanza di spazi di incontro interdisciplinari intorno a queste tematiche, che coinvolgano il mondo della scuola in tutte le sue componenti.

(Il presente articolo è comparso su "Bioetica Rivista interdisciplinare", Editore ZADIG, Anno XI, N.4, 2003).