Ricordo di Norberto Bobbio da parte della  Rivista di Filosofia dell'Aprile 2004 (Vol. XCV n. 1, Società Editrice Il Mulino, Bologna) del cui Comitato Direttivo Bobbio stesso faceva parte. 

Norberto Bobbio (1909 - 2004).

Norberto Bobbio ci ha lasciato. Si è spento all’inizio del nuovo anno, nel pomeriggio del 9 gennaio, all'Ospedale Molinette di Torino, dove era stato ricoverato dodici giorni prima per una crisi respiratoria che si era rapidamente aggravata. La sua vita era stata ricca di riconoscimenti e di onori culminati nel 1984 con la nomina a senatore a vita; gli ultimi anni, invece, furono costellati da incidenti e malattie, e, alla fine, resi drammaticamente tristi dalla perdita della sua compagna di vita, la moglie Valeria, nell'aprile 2001. Da allora Bobbio si chiuse in un crescente isolamento, sfuggendo ai riflettori della ribalta politica che lo avevano accompagnato nei decenni precedenti, e aspettando una morte invocata che tardava a raggiungerlo.  
Bobbio era nato il 18 ottobre 1909, da una famiglia di origine alessandrina trasferitasi a Torino: il padre era un noto medico-chirurgo (e Professore di Clinica chirurgica a Parma sarà il fratello maggiore Antonio, morto sessantenne). Aveva frequentato il liceo «D'Azeglio», dove aveva conosciuto Augusto Monti e stretto amicizie di lunga durata: con Leone Ginzburg, Vittorio Foa, Massimo Mila, Cesare Pavese, e ancora con Giulio Einaudi. Dopo vennero gli anni dell’università, con le due lauree - in giurisprudenza con Gioele Solari, in filosofia con Annibale Pastore - e nuove amicizie, soprattutto con Alessandro Passerin d'Entrèves e Renato Treves, o con Ludovico Geymonat. I suoi primi studi furono dedicati alla fenomenologia, che proprio in quegli anni cominciava a essere nota anche in Italia; di qui passò a un tema più specifico, al problema dell'analogia nella logica giuridica, oggetto del suo primo libro, apparso nel 1938. Ma già nel '34 aveva iniziato, la carriera universitaria, come libero docente e poi come professore incaricato a Camerino; tre anni dopo, vinto il concorso a cattedra di Filosofia del diritto, veniva chiamato a Siena, che lascerà due anni dopo per trasferirsi a Padova, dove rimarrà fino al 1948, chiamato a succedere al suo maestro Solari sulla cattedra torinese.  

Gli ultimi anni '30 e il periodo della guerra furono decisivi per la formazione di Bobbio. Prima il rapporto con Piero Martinetti, mediato da Solari, poi i contatti con l'ambiente antifascista pisano (in particolare con Guido Calogero e Aldo Capitini), l'adesione (nell'ottobre 1942) al Partito d'Azione clandestino e la vicinanza a Concetto Marchesi, infine la collaborazione, a guerra finita, a «Giustizia e Libertà», il giornale del Partito d'Azione diretto da Franco Venturi, fecero di lui non soltanto uno studioso, ma anche un intellettuale militante, attento ai cambiamenti della società italiana del dopoguerra. Per questo motivo, probabilmente, guardò con ostilità all'esistenzialismo che proprio a Torino aveva trovato il suo centro di diffusione, e che egli considerava una forma di «decadentismo». Ma il coinvolgimento nella vita politica non affievolì i suoi interessi scientifici; tutt’altro. Dedicò lavori importanti a Hobbes (del quale curò la traduzione del
De cive), a Kant, a Hegel (una Rassegna di studi hegeliani, pubblicata su «Belfagor» nel 1950, fece conoscere per la prima volta i nuovi orientamenti della critica hegeliana), a Carlo Cattaneo, più tardi anche a Locke. Nel frattempo maturava l'adesione al positivismo giuridico nella sua versione kelseniana, quale si può trovare nei corsi torinesi di Filosofia del diritto e nella raccolta degli Studi sulla scienza giuridica (1955), seguiti a distanza di tempo dal volume Giusnaturalismo e positivismo giuridico (1967) e dagli Studi per una teoria generale del diritto (1970). Nel volgere di poco più di un decennio Bobbio divenne il capofila di una nuova generazione di filosofi del diritto, convinti assertori della distinzione tra diritto e morale, interessati a studiare il mondo giuridico nella sua realtà concreta e nella sua struttura logica. A ciò contribuì – com’egli stesso amava ricordare - la partecipazione, a partire dal 1947, ai dibattiti del Centro di Studi metodologici di Torino, e poi l’adesione al movimento neoilluministico. Non a caso il primo dei convegni «neoilluministici» organizzati da Nicola Abbagnano, quello del giugno 1953, lo ebbe relatore a fianco dello stesso Abbagnano e di Geymonat. Il tema che egli trattò in quell'occasione, quello del rapporto tra filosofia e politica, rispecchiava però al tempo stesso un altro filone di interessi, volto a far valere l'autonomia della cultura (e della stessa filosofia) dalla politica attiva, un’autonomia che voleva essere indipendenza ma non indifferenza.  
L'antifascismo del Partito d'Azione si trovava infatti a fare i conti con la presenza comunista, e con l’attrazione che il partito di Togliatti esercitava sui giovani che avevano preso parte alla resistenza, o che si affacciavano sulla scena politica in un’età di speranze (e di illusioni) nel rinnovamento della società italiana. Ebbe allora inizio il dialogo di Bobbio con gli intellettuali comunisti, da Ranuccio Bianchi Bandinelli allo stesso Togliatti: un dialogo condotto da una posizione di liberalismo democratico, lontano dal liberalismo conservatore che era prevalso nella vita politica italiana. Nel 1952, alla morte di Croce, Bobbio pubblicò un articolo che poneva in luce il distacco della teoria crociana della libertà dalla tradizione del liberalismo europeo, nato dalle due rivoluzioni inglesi e dall’affermazione illuministica dei diritti dell’uomo. Proprio questa tradizione gli sembrava messa a repentaglio, se non negata, dal comunismo: già da quello di Marx, ma soprattutto dal comunismo quale si era realizzato nell'Unione Sovietica. Contro l'intellettuale organico di stampo gramsciano, al servizio del «nuovo principe», egli rivendicò quindi le ragioni di una «politica della cultura» irriducibile alla «politica culturale». Nacquero così i saggi raccolti nel '55 nel volume
Politica e cultura, un libro importante che servì a marcare le distanze tra liberalismo democratico e comunismo, ma anche a mantenere aperto, nel periodo della «guerra fredda», il dialogo con il Partito comunista e con gli intellettuali del blocco sovietico.  
Una svolta verso una più diretta partecipazione alla vita politica venne dal nuovo clima politico del centro-sinistra e dalla contestazione del ’68, ma anche da un evento accademico, il trasferimento nel 1972 alla nuova facoltà di Scienze politiche e alla cattedra di Filosofia della politica, quale successore dell'amico Passerin d'Entrèves. La contestazione toccò Bobbio sul piano personale, ma egli cercò di mantenere aperto il dialogo anche con chi lo contestava. A partire da allora Bobbio lasciò in disparte gli studi di logica giuridica per muoversi tra scienza politica, filosofia politica, riflessione critica sulla storia italiana ed europea e sulla funzione degli intellettuali (la prima edizione del
Profilo ideologico del Novecento risale al 1969). E si moltiplicarono gli interventi nel dibattito politico, soprattutto su due temi principali. Il primo fu la dottrina marxista dello stato, della quale egli negò decisamente l'esistenza, il secondo il problema della pace e della guerra. Di questo periodo sono alcune delle più fortunate raccolte di saggi di Bobbio, Quale socialismo? (1970) e Il problema della guerra e le vie della pace (1979), cui fecero seguito Il futuro della democrazia (1984) e Destra e sinistra (1993). L'ormai anziano filosofo (e scienziato) della politica era diventato l'esponente di una democrazia socialista, che avrebbe dovuto coniugare secondo l'antico programma del liberalsocialismo - libertà e giustizia, diritti personali ed eguaglianza. E all'insegnamento universitario Bobbio cominciò ad affiancare, a partire dal 1976, l'attività pubblicistica sulle colonne de «La Stampa», di cui divenne l’articolista più autorevole e ascoltato: un’attività che gli permise di parlare a un pubblico più vasto. La nomina a senatore a vita da parte del presidente Pertini sancì questo nuovo ruolo che Bobbio aveva assunto sulla scena politica italiana. Ma, pur adempiendo con il consueto scrupolo ai doveri istituzionali connessi alla carica parlamentare, egli si sentiva estraneo ai  compromessi e ai maneggi della politica quotidiana; e non a caso si richiamò con sempre maggiore frequenza alle figure di quella che aveva chiamato, assumendola a titolo di una raccolta di saggi del 1964, l’Italia civile: l'Italia per seguire ancora il filo dei titoli - dei Maestri e compagni (1984), l’Italia fedele (1986). Credette nell'alternativa socialista, ma fu ben presto deluso da Craxi e dai metodi del craxismo, nei riguardi del quale prese nettamente le distanze. Qualche anno dopo, quando nel maggio 1992 il parlamento fu chiamato a votare per il successore di Francesco Cossiga alla presidenza della Repubblica, vi fu chi fece il nome di Bobbio; ma egli, pur compiaciuto, dichiarò subito la propria inadeguatezza a coprire quella carica. Con l'andare del tempo si distaccò sempre più dalla vita politica, pur continuando a seguirne le vicende, dal crollo dell'Unione Sovietica alla prima guerra del Golfo, e poi alla discesa in campo di Berlusconi. Al Senato mise piede l’ultima volta nel '94, per sostenere senza successo la candidatura a presidente dell’amico Giovanni Spadolini.  
L'ultimo decennio del vecchio secolo, e i primi anni del nuovo, furono per Bobbio anni di progressivo ritiro, di sempre più accentuato pessimismo: un pessimismo che era insieme personale, politico e cosmico. Si sentiva ormai vecchio, anzi - come più volte disse - un «sopravvissuto»: il
De senectute, pubblicato nel 1996, ci dà un quadro della vecchiaia ben diverso dall'esaltazione che ne facevano i filosofi antichi. La fine della «prima repubblica» non fu per lui fonte di illusorie aspettative sul destino della «seconda»; anzi quelle rare volte in cui ancora intervenne in pubblico, non mancò di denunciare apertamente la degenerazione del sistema e soprattutto del clima politico italiano, la distanza che lo separava dall'Italia civile che egli aveva celebrato. E la riflessione sul senso della storia lo portava a mettere in luce, in tono desolato anche se non catastrofistico, la divaricazione tra progresso tecnico e assenza di progresso morale.  

Non mancarono, ancora in quest'ultimo periodo, riconoscimenti importanti, come il Premio Agnelli nel 1995 o il Premio della città di Stoccarda intitolato a Hegel nel 2000, o il solenne festeggiamento organizzato nell’aula magna dell'ateneo torinese, il 18 ottobre 1999, per il suo novantesimo compleanno. Proprio in quest’ultima occasione fu offerto in dono a Bobbio il volume degli indici della «Rivista di filosofia», sua coetanea - com'egli era solito ripetere - in quanto nata anch’essa nel 1909. Alla rivista Bobbio era legato da un rapporto di antica data, cominciato quando nel 1935 Martinetti lo invitò a far parte del comitato di redazione ed egli vi pubblicò il suo primo contributo, un articolo su Husserl e la fenomenologia. Morto Martinetti nel 1943, Bobbio guidò insieme a Solari le peripezie editoriali dalla rivista nell’immediato dopoguerra, fino al momento in cui essa non trovò nel 1952 una sistemazione più stabile presso la casa editrice Taylor.  
Ebbe allora inizio, per la rivista, una nuova epoca contrassegnata dalla condirezione di Bobbio e di Abbagnano, nella quale essa divenne il centro di aggregazione dei filosofi laici che aderivano al neoilluminismo; poi, ritiratosi Abbagnano, Bobbio continuò a dirigerla fino all'ultimo approdo presso Il Mulino, cioè fino al 1984, alla testa di un comitato che si era venuto allargando attraverso la cooptazione di studiosi più giovani. E sulla rivista Bobbio pubblicò in gran copia articoli, note, recensioni, ricordi di maestri come Martinetti, di amici come Passerin d'Entrèves e Geymonat, di scolari come Uberto Scarpelli. Il suo ultimo scritto comparve nel 1997, nel fascicolo monografico su «Filosofia e impegno politico»: un tema che riassumeva un motivo permanente della sua riflessione. Oggi lo ricordiamo, ben consapevoli di quanto abbiamo imparato da lui e di quanto noi tutti gli siamo debitori. Addio, Bobbio: ci mancherai.


L'Arifs ha ricordato Bobbio anche attraverso la trascrizione di una sua  conferenza sul Pensiero politico di Hobbes per studenti liceali tenuta il del 20 marzo 1987 a Brescia.