Prof. ssa Amina Crisma, Università di Padova

La Cina e il confucianesimo.


 

Il grande sviluppo economico della Cina e il suo inedito protagonismo negli scenari della globalizzazione propongono oggi all’attenzione un rinnovato, problematico confronto con le tradizioni culturali del Paese di Mezzo, e suggeriscono molteplici interrogativi circa le relazioni che intercorrono fra le poderose trasformazioni in atto nella società cinese e i valori depositati nella coscienza collettiva.
In particolare, ha oggi luogo, dentro e fuori la Cina, un vivace dibattito sulla natura e sulle caratteristiche della tradizione di pensiero confuciana, che, com’è ben noto, fin dalla più remota antichità ha impresso una duratura impronta sulla civiltà, sulla cultura, sull’esprit de moeurs, sulle istituzioni cinesi, e che oggi fra l’altro conosce una stagione di rinnovata fertilità nell’ambito di un vasto e articolato New Confucian Movement.
In questa mia comunicazione, cercherò di offrire un sintetico quadro degli aspetti salienti di tale dibattito, che ha fra l’altro il merito di  revocare in dubbio molti luoghi comuni ermeneutici finora invalsi in Occidente circa una presunta immobilità e univocità del confucianesimo, troppo sovente ricondotto da letture banalizzanti a una vieta saggezza meramente convenzionale e conformistica, destituita di ogni slancio e di ogni ardimento. I più recenti sviluppi degli studi sinologici ci offrono un quadro ben più interessante, vario e molteplice della grande scuola di pensiero che in cinese si chiama rujia (letteralmente, “scuola dei letterati” o “scuola dei Classicisti”). Segnatamente, ci mostrano che essa si configura, ieri come oggi, come un fertile campo di tensioni, segnato da istanze diverse, contrastanti, talora conflittuali: all’istanza di ordine gerarchico di cui la scuola confuciana si è fatta storicamente latrice, si è costantemente affiancata, sin dalle origini, l’esigenza insopprimibile di arginare l’arbitrio del potere sovrano – e a tale esigenza hanno conferito vigorosa espressione i primi grandi maestri, quali Confucio e Mencio, che hanno esplicitamente teorizzato nelle loro dottrine il “dovere di rimostranza”.
A tale filone si riallaccia oggi, in sostanza, la riflessione di quegli intellettuali che, dentro e fuori la Cina, ritengono che il terreno di un possibile confronto interculturale tra Cina e Occidente vada dislocato altrove che in una glorificazione in chiave autoritaria dei “valori asiatici”.