Tarda Repubblica

Catullo

Del periodo della crisi della Repubblica possiamo citare Catullo, il quale, ispirandosi alla filosofia epicurea, che predica la rinuncia ai "negotia" politico-militari in nome di una vita appartata e tranquilla, in intima comunione con gli altri, rifiuta la vita impegnata al servizio della comunità e il modello del cittadino-soldato.

All’amore e alla vita sentimentale Catullo trasferisce tutto il suo impegno, sottraendosi ai doveri e agli interessi propri del "civis" romano: resta estraneo alla politica e alle vicende della vita pubblica, ai conflitti di potere che lacerano la società tardo-repubblicana, limitandosi ad esternare un generico e sprezzante disgusto per i nuovi protagonisti della scena politica, arroganti e corrotti.

Cornelio Nepote

Nello stesso periodo un altro autore, su un diverso fronte, quello storiografico, ha trattato la questione della pace: Cornelio Nepote. Si è pensato che l’intento fondamentale della sua opera fosse di suggerire la superiorità dei Romani in ogni campo. Ma il suo relativismo culturale impedirà l’influenza sulla sua scrittura di pregiudizi nazionalistici: tra tutti gli scrittori latini, egli rappresenta nella luce migliore la figura di Annibale, il nemico più terribile che Roma si fosse mai trovata ad affrontare. I difetti che Livio metterà in luce riguardo la figura di Annibale (slealtà, avidità e crudeltà) sono assenti nell’opera di Nepote: Annibale è il temibile avversario che, investito del compito divino di mettere alla prova la virtù dei Romani, rende l’odio contro Roma, costante motivo ispiratore della sua azione, un obbligo di pietà filiale più che una responsabilità personale.

 Varrone e Plinio il Vecchio

Dall’opera "Rerum rusticarum libri" emerge grazie a Varrone un elogio all’Italia. Questo primo esempio di celebrazione dell’Italia come "giardino del mondo" prelude a quello che sarà un motivo fondamentale della propaganda di Ottaviano contro Antonio e, poi, dell’ideologia augustea: l’affermazione della superiorità dell’Italia di fronte all’Oriente.

L’elogio continua anche in Plinio il Vecchio, il quale, nella "Naturalis Historia," affermerà la superiorità in assoluto dell’Italia, sottolineando, inoltre, i dati concreti e materiali della produzione agricola.

 Lucrezio

Nel "De Rerum Natura" Lucrezio ritiene che, nelle prime organizzazioni umane, la supremazia e il potere derivino dalle doti di intelligenza e saggezza. I primi detentori del potere, i re di questi primitivi nuclei sociali, tennero in grande considerazione la bellezza e la forza. Ben presto, fu la ricchezza ad imporsi come elemento di supremazia e come parametro del successo, così che gli uomini aspirarono ad essa per ottenere fama, potere, una vita felice e tranquilla. Ma sta proprio qui, per Lucrezio, l’errore dell’umanità: il potere non è fonte di sicurezza, ma fonte di turbamento e di pericolo in quanto suscita l’invidia. Per questo, anche in base al principio epicureo che invitava ad una vita appartata ("vivi nascosto"), Lucrezio consiglia all’uomo di rifiutare la ricerca del potere, opponendosi, in questo modo, all’etica civile romana che imponeva di impiegare la propria "virtus" per rendersi benemeriti della patria e conquistare la gloria.

Diversa sarà la posizione di Virgilio, il quale sosterrà che la superiorità romana risiede nell’esercizio politico del potere: "Tu, regere imperio populos romanos, memento"(Eneide: versi 851-854).

Cicerone

Con Cicerone emerge il concetto di concordia dei ceti abbienti ("concordia ordinum", poi, "consensum omnium bonorum"), il che rappresenta un tentativo almeno embrionale di superare la lotta di gruppi e di fazioni che dominava la scena politica romana.

Ma, in quanto semplice intesa fra il ceto senatorio ed equestre, la " concordia ordinum" si rivelerà ben presto fallimentare e Cicerone ne dilaterà il concetto in quello di "consensum omnium bonorum", cioè nella concordia attiva di tutte le persone agiate e possidenti, pronte all’adempimento dei propri doveri nei confronti della patria e della famiglia.

Cicerone si pone, nello stesso tempo, la necessità di spiegare e teorizzare il concetto di potere; nel secondo libro del "De re publica" egli tratta della "iustitia", tentando di confutare l’acutissima critica che l’accademico Carneade aveva svolto all’imperialismo romano, critica che si indirizzava soprattutto al concetto di "guerra giusta", ricorrendo al quale i Romani, col pretesto di soccorrere i propri alleati (cioè sudditi) in difficoltà, avevano progressivamente esteso il proprio dominio ed ampliato la propria sfera d’influenza. Cicerone, perché l’autorità non travalichi i limiti costituzionali, sostiene che il "princeps" dovrà armare il proprio animo contro tutte le passioni "egoistiche", principalmente contro il desiderio di potere e di ricchezza; a conferma della sua tesi, sottolineando i propri meriti per aver salvato la patria dall’eversione di Catilina, egli ribadisce una sua convinzione profonda: la superiorità dell’azione civile rispetto a quella militare secondo lo slogan che egli immortalò nel verso famoso: "cedant arma togae, concedant laurea laudi"(4° Catilinaria). Anche nell’opera "De consulato suo" è affermata tale superiorità dell’azione civile rispetto all’azione di guerra: gli "homines militares" non hanno quasi mai una coscienza politica definita, ma sono soprattutto stimolati da esigenze personali, per lo più puramente economiche e sociali.

L’ "exercitus omnium bonorum et satis bonorum" dovrà esercitare una pacifica e non ufficiale pressione sul governo, garantendo la sicurezza e l’esercizio normale delle funzioni politiche, la vitalità della "res publica", prescindendo dalle consorterie oligarchiche come dalle clientele armate dei potenti.

Cicerone cercherà in seguito di compiere quest’azione mediatrice, avvalendosi anche dell’influenza dei potenti, del "sommorum civium principatus", quando si accorgerà dell’ostilità dell’oligarchia dominante e dell’abbandono da parte del senato.

 Sallustio

Individua il punto di svolta della società romana nella distruzione di Cartagine, a partire dalla quale, con la fine del "metus hostilis" - cioè del timore verso i nemici esterni che in precedenza aveva mantenuto salda e compatta la collettività cittadina – egli vede l’inizio del deterioramento della moralità romana.

La divergenza principale del suo ideale di politica da quella effettivamente perseguita da Cesare riguarda, probabilmente, la funzione che questi aveva attribuito all'esercito: Sallustio, anche qui diversamente da Cicerone, sembrerebbe disgustato dall'"inquinamento" del senato con l'immissione di personaggi provenienti dai ranghi militari. Nel "Bellum Iugurtinum" Sallustio spiega che la guerra contro Giugurta (101-105) fu la prima occasione in cui "si osò andar contro l’insolenza della nobiltà", anche se poi trascura di parlare dell’ala più legata al mondo degli affari e più incline alla politica di "imperialismo espansionistico".

La denuncia dell’imbelle e disonesta condotta della guerra si fa a sua volta denuncia dell’intera classe dirigente, svuotata ormai di ogni valore politico e morale. La conclusione delle guerre contro Cartagine, e la conseguente fine del "metus hostilis", della paura del nemico, che aveva indirizzato gli animi all’unico obiettivo della vittoria, sono, per Sallustio, le cause prime di quella rilassatezza morale che fatalmente porta all’individualismo, al desiderio di affermazione personale e quindi alla corruzione dei singoli e dell’intera società. L’autore presenta due connotazioni della "cupido imperi". Nel "De coniuratione Catilinae" si riferisce soprattutto alla bramosia di potere all’interno delle strutture della "res publica". Nel "Bellum Iugurtinum" indica la bramosia di potere sugli altri popoli le cui richezze fanno gola. Egli polemizza con la "nobilitas", subdola e ingannatrice, rapace, per il modo in cui conduce le guerre. Non è quindi il "vero" popolo romano, ma in realtà la "nobilitas" ad essere mossa dalla "cupido profunda imperi et divitiorum".

 

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