“Pacem in Terris”  L’Enciclica che segna una svolta nel cammino

per il riconoscimento dei diritti umani.  

La Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948 elaborata dall’ ONU, con l’apporto di alcuni intellettuali, tra cui G. Maritain, filosofo francese, prossimo al retroterra teologico e filosofico del Cattolicesimo, fonda i diritti umani sul concetto di persona, traslando su un piano filosofico l’immagine biblica dell’uomo come “immagine di Dio”, legittimandone, così, la dignità.
La visione di Maritain si definisce integrale perché vede l’uomo come “carne e spirito”, nella duplice dimensione orizzontale, in quanto uomo storico e verticale, perché l’uomo è anche trascendenza. Questa prospettiva conduce conseguentemente ad una visione della società basata su vincoli di solidarietà innestati primariamente sul Vangelo.
Maritain legge l’uomo attraverso un codice metafisico da cui fa scaturire le prospettive e i limiti della legislazione umana. In altri termini nessuna legge può soddisfare i diritti insopprimibili dell’uomo che travalicano la sfera storica.
L’afflato religioso affiora nella Dichiarazione sin dal primo articolo:“tutti gli esseri nascono liberi ed uguali in dignità e diritti”, a ciò  si aggiungono, inoltre, le categorie di “ragione” e “coscienza”.
Si delinea, così, un conflitto delle interpretazioni, un’ermeneutica di queste categorie, ciascuna delle quali rimanda ad una specifica concezione dell’uomo e del mondo.
La matrice musulmana esprime riserva, i paesi dell’Est affermano la pienezza dei diritti umani esponenzialmente affermati nell’esperienza del comunismo. Si delinea un contrasto, una rottura che spacca il mondo in due: è il tempo della guerra fredda, due concezioni del mondo in contrapposizione.
Nella fase preliminare della Dichiarazione c’è una estesa confluenza sulla questione nevralgica dei diritti, seppur attraverso differenti percorsi di legittimazione.
Maritain fa leva proprio su questa diversificazione di ragioni per affermare il codice spirituale dell’uomo da cui derivano una molteplicità di diritti. Il filosofo francese, inoltre, cerca di contrastare un’ impostazione individualistica e afferma che l’individuo, con il suo corollario di diritti è inserito in un imprescindibile rapporto di reciprocità con gli altri.
 Inizialmente la Chiesa non accetta che la Dichiarazione Universale dei diritti umani ometta un esplicito riferimento a Dio e alla base trascendente dei diritti umani.
Il Nostro  viene “contestato” dallo stesso Vaticano perché crede nella bontà di una adesione sui diritti umani. Alcuni messaggi di Pio XII diventano il canale per affermare la grandezza della legge divina e la subalternità di quella positiva degli Stati. Si vuole in questo modo ridimensionare l’aspettativa dell’uomo come essere non dipendente in alcun modo da Dio, un uomo, insomma, che si sente pienamente adulto e che taglia qualsiasi rapporto creaturale con la trascendenza.
Il monito del Papa è quello di arginare il riaffiorare dell’anima illuministica, questa tentazione sistematica dell’uomo di affermarsi come soggetto di una storia tutta orizzontale.

Con l’Enciclica “Pacem in Terris” si verifica una svolta epocale e la consapevolezza di una crescente secolarizzazione del mondo e la quasi inevitabile affermazione della autonomia umana, facendo certamente un “distinguo” circa la contaminazione di alcune concezioni filosofiche sull’idea di uomo e di natura.
Giovanni XXIII mostra un atteggiamento di apertura, ma si riserva di contribuire e costruire un fondamento su cui poggia l’intelaiatura dei diritti umani. Egli rivisita e ripropone il pensiero di Maritain: l’adesione ampia ai diritti s’innesta proprio sul fondamento divino. La dignità umana, invece, si giustifica essenzialmente con la morte di Cristo, in ogni stilla del Suo sangue è contenuta la sublime dignità dell’uomo.
L’autonomia dell’uomo ripete infinitamente il Papa è impensabile senza il rimando a un fondamento divino. All’orizzonte dell’Enciclica si intravede la pace come frutto di quell’intenso laboratorio politico dell’uomo; in questo senso essa ha una valenza politica e riconosce uno statuto e una dignità ai processi della storia umana. Si ammette in definitiva la duplice finalità: quella politica e quella del Magistero della Chiesa.
La pace prefigurata nel documento ecclesiale è la visione di un armonico ordine sociale, tramite l’attuazione di uno Stato democratico, di diritto, laico, pluralista.
L’intuizione di Giovanni XXIII di una modernità riconducibile alla sfera politica fa intendere come la pace vada perseguita soltanto attraverso la traduzione di principi etici iscritti nell’umana natura; in sostanza tutta la prassi politica è riconducibile a leggi morali che contraddistinguono l’uomo dagli impulsi irrazionali della natura.
In definitiva, nella coscienza risiedono quelle indicazioni, quelle modalità essenziali che regolano i rapporti umani; e, in questo ordine sublime dell’uomo si  dischiude l’arte della politica, ovvero l’esercizio ordinatore dei rapporti umani.
Lo Stato così inteso  può essere definito Stato di diritto. Si assegna in tal modo ai poteri politici il compito di custodire e promuovere i diritti e i doveri della persona umana; la comunità politica, allora, deve essere capace di una osmosi tra cittadini e pubblici funzionari, affinché questi ultimi possano recepire le istanze più autentiche della società e perseguire più fluidamente il bene comune.
Il bene comune perseguito si riferisce agli esseri umani in quanto persone, considerate integralmente come esseri ad intra e ad extra ovvero con una dimensione spirituale e fisica, individuale e sociale. Un bene comune, insomma, inteso come retto ordine relativo alle persone attraverso leggi più giuste e istituzioni più sagge, ma anche come condizione in cui le virtù, la sfera spirituale e materiale possano in ognuno crescere e ricadere su tutti in modo significativo.
Questo Stato di diritto, allora, diventa umanizzatore dei ritmi della storia, esso tutela e promuove ogni persona nella libertà, nella sicurezza, nella cultura e che a nessuno giammai preclude la possibilità di un’alta aspirazione.

Credo che questa Enciclica custodisca una riserva di provocazioni e di significato politico, antropologico e sociale, che merita di essere rivisitata e meglio esplorata per tracciare sempre meglio un cammino che veda l’uomo come indiscusso protagonista della storia, nella sua illimitata dignità di persona.

Alessandra Fiore, III liceo, sez. A, Liceo classico "Piero Gobetti" di Fondi (LT)