DISCORSO FILOSOFICO: IL REALISMO DI HOBBES,  a cura di Consuelo Colabuono

PROLOGO

Il qui presente è un dialogo intrapreso tra due filosofi durante un convegno filosofico della loro città. Anche se siamo in un secolo tecnologicamente all'avanguardia, non si può dire la stessa cosa della coscienza umana la quale sembra per alcuni aspetti regredire anziché migliorare. Per questo la filosofia è ancora vivacemente palpitante negli animi più nobili la cui vocazione è appunto filosofare: perché c'è ancora tanto da interpretare, scoprire, riflettere,considerare... Tenendo in considerazione l'uomo del presente, apparentemente ripieno di sé, razionale, aperto ai temi dell'etica e dell'umanitarismo, ecco che entrano in contrasto due filosofi che, ripensando alla concezione antropologica di Hobbes, cercano di riportare il suo pensiero al nostro uomo del 2006. Ma in queste intenzioni si soffermano ancor prima a dibattere sul realismo hobbesiano.

* * * * *

FILOSOFO 1: Come negare che Hobbes, a differenza dei suoi predecessori, si presenta quale sostenitore di uno stato realmente attuabile senza quindi abbandonarsi a sogni chimerici sopravvalutando le possibilità e le virtù dell'uomo?infatti questi non è che una macchina che, attraverso calcoli razionali,riesce a stabilire cosa deve o non deve fare per conservare la vita e se gli altri simili pongono ostacoli o limiti al conseguimento di ciò allora diviene cattivo,anche se di fatto le passioni che provengono dalla natura animale dell'uomo non sono nocive in se stesse. Questo è dunque lo stato di natura dell'uomo:guerra di tutti contro tutti,ovvero una tecnica razionale di vita comune, la sola che sia possibile perché la capacità di seguire la ragione è intrinseca,ma è difficile applicarla!!!

FILOSOFO 2: Riconosco che Hobbes vuole essere realista, ma mi viene in mente un problema: i filosofi, come tutti noi, sono figli del loro tempo e perciò sono condizionati dalla cultura e dalla società in cui vivono. E' famosa l'affermazione di Hobbes che sua madre lo aveva partorito per la paura alla notizia che l'Invincibile Armata stava attaccando l'Inghilterra. Egli ha vissuto durante il periodo delle guerre di religione, che è stato un grave trauma per la coscienza europea e le conseguenze si vedono nella sua concezione dell'uomo.
E' vero che l'uomo è una macchina che ha come scopo di conservare quanto più possibile la vita? E che la sua attività razionale può essere paragonata al calcolo? Tu riporti questa sua affermazione come se fosse ovvia. Io dico che già nella sua premessa Hobbes manca di realismo: doveva pensare di più sulla condizione umana, come ha fatto Pascal, che scrive: "L'uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. Non occorre che l'universo intero si armi per annientarlo; un vapore, una goccia d'acqua bastano a ucciderlo. Ma, quand'anche l'universo lo schiacciasse, l'uomo sarebbe pur sempre più nobile di quello che lo uccide, perché sa di morire, e la superiorità che l'universo ha su di lui; mentre l'universo non ne sa nulla". Come spiega Hobbes questa strana e paradossale condizione dell'uomo?

FILOSOFO 1: Trovo assolutamente esatto considerare che Hobbes sia stato vittima degli abietti avvenimenti storici del suo tempo e che questi lo abbiano indirizzato ad avere una determinata concezione dell'uomo, ma non è corretto affermare fermamente che i suoi concetti siano necessariamente errati: infatti sono persuasa che sia stato spinto a valutare la natura umana dal giusto punto di vista, quello realistico senza illusioni. Di conseguenza Hobbes è un autore sempre attuale. Infatti secondo lui l'uomo non pensa, ma è un meccanismo complesso e tutte le facoltà che in genere vengono attribuite allo spirito, al suo pensare, in realtà sono espressione del movimento di questo meccanismo. Il pensiero e l'immaginazione sono reazioni ai movimenti esterni, i quali ora possono assecondare e poi no il movimento interno del meccanismo. Le emozioni sono solo reazioni irrazionali al movimento esterno e la passione più grande è la paura della morte perché il valore fondamentale è quello della vita!!!

FILOSOFO 2: Prima di tutto vorrei fare una osservazione sul tema dell'errore: nei grandi filosofi non ho mai trovato della affermazioni del tutto o necessariamente errate, semmai delle verità parziali, che affermano solo un aspetto della realtà. Hobbes, come Machiavelli parte da una visione molto pessimistica dell'uomo. Machiavelli scrive, nel Principe, che gli uomini sono «ingrati,volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori dei pericoli, cupidi di guadagno». È realista? Sicuramente coglie un aspetto dell'essere umano che è giusto valutare facendo politica, dove è inutile fare appello ai buoni sentimenti. La pretesa di Hobbes è però di passare da questa osservazione empirica ad una teoria generale sull'uomo come animale che agisce sulla base di una serie di impulsi, dei quali il più forte è quello di autoconservazione. In questa sua operazione crede di trovare una conferma nella scienza meccanicista del suo tempo, ma lo stesso sviluppo della scienza ha dimostrato che le basi teoriche del meccanicismo erano insufficienti, ed ha cambiato strada. Così,basandosi su teorie scientifiche ormai sorpassate (la concezione atomistica della materia, per cui tutta la dimensione naturale si riduce ad atomi in movimento), il nostro Hobbes ha compiuto un'operazione pericolosa, ha ridotto la ragione a calcolo, ha negato che i criteri del bene e del male, della giustizia, abbiano un fondamento in una natura umana che precede la fondazione dello Stato, dando a quest'ultimo un potere immenso: esso è infatti il Leviatano, il Dio che abbiamo creato noi stessi per permetterci di vivere in pace e pertanto non abbiamo di fronte ad esso alcun diritto di resistenza. Nessun potere è superiore, la sua sovranità è illimitata e di fronte a questo "inconveniente" il nostro Hobbes non sa dire altro che le sue controindicazioni sono meno gravi delle guerre civili?!

FILOSOFO 1: Attenzione!!! Hobbes non ha ridotto la ragione al calcolo, ma le ha dato invece un ruolo importante:da essa dipende la giustizia. Il giusto e l'ingiusto non esistono di per sé. Nello stato di Natura nulla può essere ingiusto perché l'ingiusto è andare contro la ragione, la quale è in grado di calcolare i mezzi per raggiungere i propri fini, l'ingiustizia è andare contro la ragione, conservare la propria vita è conforme alla ragione e perciò è giusto, di una giustizia naturale. Sarebbe irragionevole non preferire alla razionalità e alla giustizia dello stato di Natura quelle di uno stato civile, che è il mezzo più efficace per conservare la vita. Per quanto riguarda lo Stato assoluto, è necessario che lo sia: infatti nessuno rispetta le leggi esistenti se non è sicuro che le rispetti anche l'altro e questa sicurezza è data solo dal Sovrano, il quale deve reprimere la azioni dell'individuo che nuocciono all'altro con leggi penali,disponendo della morte e della vita. Inoltre il Sovrano deve avere potere assoluto e rimanere al di sopra delle leggi perché nessuno può impegnarsi in rapporto a se stesso e perché egli non ha motivo per venire meno alle leggi civili in virtù della sua onnipotenza: non essendoci forze antagoniste egli è libero e non motivato ad agire irragionevolmente, é purificato dal suo stesso potere!!!

FILOSOFO 2: Credo invece che proprio tu debba fare attenzione! Vuoi difendere la ragione dalla riduzione al calcolo e finisci per ridurla a qualcosa di ancor più basso, il puro e semplice istinto di autoconservazione. Non si capisce allora perché usare due termini diversi, l'istinto e ragione se essi indicano in fondo la stessa dinamica di reazione di fronte al pericolo. Quando invece cerchi di distinguerli, mi torni a dire che la ragione è in grado di calcolare i mezzi per raggiungere i propri fini. Ma allora è un calcolare o no?! Io penso che l'affermazione il giusto e l'ingiusto non esistono di per sé sia molto pericolosa perché è qui che si inizia a ridurre la ragione. Se essa non riconosce un ordine che sta nelle cose, si trova a dover identificare la legge di natura con se stessa e a definirsi come comando che vieta ad un uomo di fare ciò che è nocivo alla sua vita. Più che dei condannati a morte, i cittadini di Hobbes sembrano dei condannati a vita, ad affermare il vivere per il vivere, il sopravvivere come bene supremo, l'esistere come unico e puro valore. Ma vivere,poi,perché? Non vale la pena vivere, se qualcosa non vale più della vita. Se l'individuo non ha un criterio in sé, di ciò che è bene o giusto, non potrà obiettare nulla il giorno che il potere si arrogherà il diritto di decidere se farlo vivere o morire, giustificandosi con il criterio del bene di tutti.

FILOSOFO 1: Queste tue obiezioni sembrano rivelare il limite Hobbesiano... sapresti esporre più esplicitamente in cosa consistono le sabbie mobili su cui Hobbes cerca di camminare???

FILOSOFO 2: Nel nostro dialogo ho insistito sulla premessa, la natura umana, perché il problema della filosofia è tutto nelle premesse. I grandi filosofi sono bravissimi nello sviluppare logicamente le loro teorie, è difficile attaccarli nella concatenazione interna del loro discorso. Bisogna risalire alle premesse, per vedere se danno qualcosa per scontato o non analizzano una questione in tutti i suoi aspetti. Hobbes dice che bisogna affrontare la politica in una nuova prospettiva, non cercando di raggiungere il sommo bene, ma solo di evitare il sommo male, la morte. Egli è decisamente condizionato dal meccanicismo del Seicento, quella concezione della natura che la interpreta come un gigantesco meccanismo costituito da materia, spazio, movimento. Nel pensiero moderno il rapporto con la tradizione cristiana diventa complicatissimo. Hobbes, ad esempio, non nega che Dio esista. Però siccome ha quella visione così negativa della natura e dell'uomo non crede che il singolo possa cambiare, convertirsi, fare opere buone se ha la Grazia della fede. Occorre un Leviatano, il mostro biblico, un potere così forte che gli metta paura. Insomma, il rapporto con Dio è tenuto soltanto dallo Stato, e il sovrano è definito il vicereggente di Dio sulla terra. Ma capisci che cosa pericolosa è questa?! È come dire: è tutto vero quel che dice la Bibbia, ma noi non saremmo in grado di viverlo se non creassimo una specie di Dio artificiale, in terra, che ci costringa a seguire i comandamenti. Quella di Hobbes è una teologia politica che si fonda non sulla presenza, ma sull'assenza di Dio! La concezione cristiana dell'uomo afferma che nella sua natura, in quanto immagine di Dio, vi sono degli aspetti positivi: un'aspirazione al vero, al giusto, al bene, ma essendo segnato dal peccato originale non è in grado di compiersi da sé, ha bisogno del continuo soccorso di Dio (la Grazia). Hobbes dice: questi aspetti sono tutti relativi, in preda agli istinti individuali per cui ognuno immagina il bene, il vero, il giusto solo in base al suo tornaconto.

FILOSOFO 1: Il nostro filosofare sembra giunto ad una conclusione: Hobbes è indubbiamente realista, ma in maniera limitata ed imperfetta a causa della sua concezione antropologica dell'uomo di carattere meccanico per la quale il rapporto di Dio degenera in un'ottica che non possiamo accettare, noi che siamo non solo corpi, come sostiene Hobbes, ma anche anime viventi e qualora eterne in Dio!!!