Dibattito conclusivo tra studenti

 Alcuni alunni della classe V B Linguistico Brocca del Liceo Statale Francesca Capace, dopo aver esaminato i temi trattati nei documenti sul problema della nazionalità nel mondo contemporaneo ne discutono.

Piccinno Melissa: Il principio di autodeterminazione, che affonda le sue radici nella Dichiarazione d’indipendenza Americana del 1776, venne proclamato per la prima volta da Lenin nel 1916 e, successivamente dal presidente americano Wilson nel 1918.
Negare o ignorare l’autodeterminazione dei popoli equivale a negare o ignorare la deontologia democratica, vale a dire: se un popolo non è libero di autodeterminarsi non è un popolo sovrano.
Quando questo principio è negato, in particolare nei regimi dittatoriali e autoritari, la separazione del popolo dalla politica e, quindi, lo smembramento di uno stato, è la prassi.
Oggi, l’autodeterminazione dei popoli è formalmente riconosciuto come diritto umano fondamentale dalle più importanti convenzioni giuridiche internazionali sui diritti umani in quanto sinonimo di democrazia.

Paiano Raffaele: In concomitanza al principio di autodeterminazione dei popoli, si sviluppa il principio di nazionalità. Questi due caratteri dello Stato seppur sviluppati a distanza di quasi un secolo l’un dall’altro, il primo nel 1916 e il secondo verso la metà dell’Ottocento, sono determinanti per la nascita di una nazione. Al principio di nazionalità si possono attribuire due tipi di concezione: una di tipo soggettivo, considera la nazione come la risultante di decisioni individuali, quindi come una comunità scelta, l’altra di tipo oggettivo, poiché ritiene che la nazione sia una società chiusa, cui si appartiene per discendenza, la lingua e la discendenza sono dunque fattori molto importanti. Entrambe le accezioni nell’Europa centrorientale causarono non pochi problemi, in quanto erano affini al centralismo e al federalismo. Nel corso degli anni si è compreso che la concezione oggettiva fosse più appropriata, dato che offriva una legittimità convincente per la nazione rispetto a  quanto potesse offrire quella soggettiva.

Donno Elena: Vorrei precisare che nella seconda metà del XIX secolo la versione marxista del socialismo divenne l’ideologia dominante nei partiti operai europei, con l’eccezione del movimento dei lavoratori dei paesi anglosassoni. Nel programma di Erfurt (1890) redatto da Eduard Bernstein e Karl Kautsky per il Partito socialdemocratico tedesco, accanto al 'programma massimo' di passaggio al socialismo venne indicato anche un 'programma minimo', i cui obiettivi erano il suffragio universale, la parità giuridica tra donne e uomini, un sistema di sicurezza sociale, le pensioni, la giornata lavorativa di otto ore, la legalizzazione dei sindacati. Più tardi il successo della Rivoluzione russa, insieme al fallimento della Seconda Internazionale, come sottolinea l’analisi del prof. Waldenberg, aggravò la crisi  di molti partiti socialisti di stretta osservanza marxista e di partiti socialisti più moderati o socialdemocratici. In seguito tra queste due componenti del movimento socialista si stabilì una sempre maggiore distanza: mentre i 'socialisti' furono convinti sostenitori della democrazia parlamentare e delle riforme, le componenti comuniste si strinsero intorno al processo rivoluzionario sovietico, aderendo alla teoria del “socialismo in un solo paese”. Intorno a questa problematica si formarono due orientamenti contrapposti: il primo si basava sull’idea che lo stato nazionale fosse la miglior soluzione per le questioni di nazionalità; il secondo, invece, negava la possibilità della formazione di nuovi stati nazionali dove il capitalismo aveva determinato l’integrazione economica dei territori delle nazioni sottomesse agli Stati conquistatoti. Principale sostenitore di questa teoria fu Lenin.

Scarcella Maria Antonietta: Come afferma il prof. Waldenberg dell’Università di Cracovia, il concetto di nazione, non è una problematica fondamentale per i padri fondatori dell’ideologia comunista. Le opinioni, tesi e previsioni di Marx ed Engels sul tema “nazione” ebbero un’influenza pressoché irrilevante tanto da essere smentiti successivamente dagli stessi socialisti. Nelle opere di Marx ed Engels la nazione è trattata molto superficialmente, proprio perché l’ideologia nazionale mal si adattava al sogno economico della dittatura del proletariato, che ambiva raggiungere un equilibrio armonico in modo che tutte le nazioni avessero lo stesso livello economico. La trascuratezza delle differenze nazionali è stato un punto debole dell’ideologia comunista. Solo alcuni socialisti, in particolare Jean Jaurés, considerarono la nazione un problema rilevante. Anche Lenin se ne occupò a partire dal XX secolo. Ma la storia obbligò tutti i socialisti ad affrontare il problema delle nazioni secondo il giusto peso e le pretese nazionali come elementi superficiali per il Movimento operaio.

Stefani Chiara: Volendo ripercorrere la storia del termine nazionalismo, esso fu usato per la prima volta dal tedesco Adam Weishaupt, il fondatore della “setta” degli illuministi, e dall’abate Augustin Barruel, ma divenne di uso comune solo negli ultimi decenni dell’800. Le sue prime manifestazioni si ebbero in seguito al Congresso di Berlino del 1878, e assunse sfumature diverse nei vari paesi. Nel documento del prof. Bovero, ci si sofferma in particolar modo su tre tipi di movimenti ideologici identificati da Louis Snyder:
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Il nazionalismo “integrativo” (1815-1871) che coinvolse ad esempio i processi unificativi di stati come Italia e Germania;
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Il nazionalismo “smembrante” (1871-1890) che vide protagoniste le minoranze di imperi in dissolvimento come quello Austroungarico e Ottomano;
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Il nazionalismo “aggressivo” (1900-1945) causa scatenante delle due guerre mondiali e quindi fortemente legato all’ Imperialismo.

Romano Marta:  Un concetto molto importante è quello di “nation building”, ossia una costituzione delle nazioni connessa alla formazione di identità. Si potrebbe parlare di costituzione di nazioni o di dissociativismo. Ma il nazionalismo ha un ruolo particolare nel mondo della storia? Molto prima del XX° secolo il nazionalismo faceva credere che le nazioni si creavano per esistere eternamente e fossero volute da Dio; nel mondo moderno il nazionalismo diventa un rischio, un vero e proprio pericolo quasi, a causa delle diverse etnie e culture presenti in uno stesso territorio. Il “problema” potrebbe essere risolto concedendo ad ogni gruppo etnico uno Stato proprio in base al principio dell’ autodeterminazione, ma esso non ha fatto altro che assimilare, emarginare poi e infine annientare queste minoranze. Proprio per questo motivo si è giunti al giorno d’oggi ad una condizione d’instabilità. Infatti, come sottolinea Levi, dopo l’attacco terroristico alle Torri Gemelle e al Pentagono l’11 settembre 2001, nello spirito americano è mutato qualcosa. L’America è stata sempre solo una nazione abbastanza favorevole agli scambi internazionali con le altre potenze, favorevole persino ad inglobare nuovi cittadini e nuove tradizioni, ben consapevole delle difficoltà di inserimento nella società di queste nuove culture. Ma dopo questo colpo inflitto sei anni fa, l’America ha rafforzato la propria ideologia nazionalista, tanto da innalzare barriere alla mobilità internazionale, sul modello della Grande Muraglia Cinese costruita per contenere le pressioni dei nomadi ai confini della Cina. E questa non è  la risposta migliore per sconfiggere il terrorismo, in quanto ciò potrebbe solo complicare la situazione che di per sé è già alquanto complessa. Una possibile soluzione dove potrebbe essere trovata? Credo che la cooperazione tra i Paesi facenti parte dell’ONU e i “maggiori” tra gli Stati responsabili nella lotta contro il terrorismo, porterebbe al raggiungimento di una pace duratura nel mondo. Per quanto gli Stati Uniti siano avanzati e potenti, da soli non riusciranno ad eliminare il terrorismo.

Bruno Ludovica: Gli Stati Uniti sono sempre stati in grado di distinguersi dagli altri stati del mondo, in particolare dalle Nazioni europee; potenza di grande prestigio militare ed economico, gli Stati Uniti rappresentano la più antica democrazia sempre pronta a difendere i propri territori e sempre sicura e decisa nelle sue azioni. Ma cosa succede? L’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 ha apportato delle modifiche allo stato americano, stravolgendone alcuni caratteri: il simbolo della forza e dell’egemonia su tutto il mondo ora guarda all’Europa come punto di riferimento; l’America fino a quel momento aveva sempre accolto gli immigrati senza ostacolarli in alcun modo e soprattutto, non subendo pressioni militari sui propri confini, riusciva sempre a difendersi nel migliore dei modi con la sua flotta. Adesso è costretta a prestare maggiore attenzione agli stranieri, manifestando un atteggiamento di diffidenza nei loro confronti. La sua arma diviene quindi il nazionalismo e ciò è posto in evidenza anche dal fatto che è stato scelto l’inglese come lingua nazionale. L’America che negli anni delle due guerre mondiali era disponibile ad aiutare gli stati belligeranti sia dal punto di vista economico che militare, oggi appare uno Stato chiuso nei suoi confini e del tutto omogeneo.

Paiano Federica: Il nazionalismo è probabilmente la reazione sbagliata alla minaccia del terrorismo. Il nazionalismo, definito “sacro egoismo” dal prof. Della Peruta, designato dal termine “ideologia” secondo il prof. Levi, considerato un vero e proprio “fantasma” dai mille volti e senza una propria identità dal prof. Bovero, che sta prendendo il sopravvento nell’America degli ultimi anni, sembra segnare un ritorno al passato. L’America, quella settentrionale ovviamente, da quando ha ottenuto l’indipendenza dall’Inghilterra si è sempre configurata come lo stato liberale per eccellenza, attento all’integrazione e tollerante nei confronti delle minoranze, mentre in Europa divampava il nazionalismo e nascevano i regimi dittatoriali. Adesso, in America sembra essersi affermato un nuovo autoritarismo. Se questa scelta e quella di cooperare con gli altri stati coinvolti in questa situazione di pericolo, è effettivamente quella giusta, sarà solo il tempo a stabilirlo.

Pesino Chiara: Forse il problema risiede nella storia dell’America stessa, il più giovane dei continenti eppure quello che più di tanti altri ha sofferto soprusi e invasioni straniere. Molto probabilmente quest’eccessivo nazionalismo e questa tendenza belligerante sono l’unico modo che gli Stati Uniti hanno per difendere ciò che ora appartiene loro di diritto. Dunque il carattere offensivo delle loro spedizioni forse non è altro che difensivo, forse nasconde la paura che venga minata la tanto acclamata egemonia sugli altri stati nazionali. Ne deriva quindi una “chiusura a riccio” che rischia di diventare, come sottolinea il prof. Levi, una “pericolosa malattia” nel momento in cui essi guardano agli altri stati con sospetto considerandoli il più delle volte dei potenziali nemici.

Luceri Paola: Dopo aver analizzato tutti i documenti della rassegna telematica, credo che nel mondo sia avvenuto un processo “al contrario”: negli storici Stati Nazionali come la Francia e la Germania, si diffonde lo spirito della globalizzazione, dell’unità, dei popoli europei come una sola grande famiglia; mentre nell’Europa balcanica, citata dal prof. Jakir, e negli Stati Uniti, analizzati da Levi, vi è un’involuzione, in quanto paesi per antonomasia eterogenei, sotto ogni punto di vista stanno iniziando a chiudersi sempre di più nella propria rivendicazione di nazionalità. Gli Usa ne sono l’esempio più clamoroso, inclini ormai, dopo l’11 settembre a un atteggiamento di non-accoglienza e di chiusura nei confronti degli altri popoli. Probabilmente il motivo di questo atteggiamento è da ricercarsi nella lotta al terrorismo. Personalmente credo che lo spirito di appartenenza ad un gruppo e il nazionalismo non si debbano provare solo in caso di guerra o quando muoiono in un attentato dei connazionali, al contrario dovrebbe essere così sempre, se realmente esiste. Non può una grande potenza come gli Usa chiudersi in se stessa, dopo 200 anni di storia, nei quali è stata protagonista indiscussa del fenomeno d’immigrazione e accoglienza dei popoli, rivendicando il proprio amore patriottico, per trovare una motivazione in più alla guerra al terrorismo.

Benedetta Fedele: gli attentati terroristici avvenuti negli Stati Uniti hanno annunciato l’inizio del declino della loro vulnerabilità. Ciò in quanto, conseguentemente a quei terribili avvenimenti, la potenza statunitense ha subito un attacco che avrebbe abbattuto la sua sicurezza; la sicurezza di una potenza che ha da sempre rappresentato un punto fermo per i rapporti internazionali, per le relazioni con quei paesi che hanno e hanno avuto più bisogno di una maggiore integrazione; quella sicurezza intesa, però, come certezza di non essere toccati e lesi da eventuali pericoli esterni, forse con un’ingenua presunzione di avere troppa fiducia. Dopo l’attacco terroristico sorse quindi il problema di recuperare tale sicurezza, un problema che ancora oggi persiste per la grande potenza statunitense. Ma in che modo affrontarlo? Rinunciando alla libertà, come affermava anche Hamilton. Infatti gli Stati Uniti si ritrovano oggi costretti ad isolarsi proprio per evitare successivi attacchi stranieri. È questa sorta di isolamento porta ovviamente a ledere la libertà, cosicché non possono far altro che limitare i propri diritti politici e civili, pur di tornare ad essere più sicuri, organizzandosi in una società chiusa ed omogenea, forte nei confini e che continua a diffidare degli stranieri, considerati eventuali nemici.