Il concetto Francese di Nazione e le sue ripercussioni politico culturali nell'Europa dopo il 1945


Interventi di studenti della classe IV sez. B indirizzo Linguistico Brocca, Liceo Classico Statale "F.Capece", Maglie (Lecce),
Insegnante prof.ssa Antonia Turchiuli
 



Sabrina Patera, La Francia: Territorio -Nazione - Stato nazionale.

 

Elena Donno, Nazioni e potere centralistico.            

 

Ludovica Bruno, Curriculum vitae del concetto di nazione in Francia.



Maria Antonietta Scarcella, Sentimenti, ricordi, speranze nella nazione francese



Chiara Pesino, Nazione e cittadinanza in Francia 



Federica Paiano, Nazione, comunità di volontà 



Paola Luceri,  Identità nazionale e centralismo in Francia

 

Marta Romano, Centralismo o federalismo?





Sabrina Patera, Territorio - Nazione - Stato nazionale


Attraverso il documento della professoressa Fran?oise Manfrass-Sirjaques analizzerò il concetto francese di nazione, la sua evoluzione nel corso degli anni e le conseguenze dopo il 1945. La Francia dell’Ancien Régime non poteva vantare un’unità in nessun campo ad esclusione di quello religioso, ove valse il principio “cuius regio eius et religio”.
Nel 1789 con lo scoppio della Rivoluzione Francese, in Francia, il concetto di nazione subisce un significante sconvolgimento. Venne eliminata del tutto l’istituzione regia, in quel tempo costituita dal regime assoluto ed in seguito a ciò venne emanata una nuova Carta Costituzionale, la quale sanciva la sovranità nazionale, che vedeva una nazione ostile a qualsiasi forma di discriminazione; infatti tutte le classi sociali, compresa quella che l’Ancien Régime denominava “Terzo Stato”, erano considerate nella medesima maniera e costituivano la nazione stessa.
Negli anni della Rivoluzione Francese, esisteva un acceso scontro tra le due tendenze politiche predominanti, i Giacobini e i Girondini. Questi ultimi parteggiavano per un maggiore diritto delle regioni e per una forma di Stato federale, al contrario i Giacobini abolirono ogni diritto all’esistenza alle culture regionali. Questa lotta ha segnato il concetto francese di Nazione e di Stato.
Inoltre con l’avvento della Rivoluzione Francese, il concetto di nazione diventa movimento di legittimazione dell’azione politica; la nazione, in quel tempo, era vista come una comunità di volontà politica a fondamento della quale erano e vi sono i principi d’uguaglianza, libertà e fraternità, tuttora vigenti nell’odierna Francia.
Perciò, in questo periodo, il concetto di nazione diventa un concetto volontaristico; si credeva che la volontà rendesse possibile la creazione di un’identità nazionale, che non si basava sulla cultura, la lingua o la discendenza, bensì su un’appartenenza comune e poiché codesto concetto non è legato a caratteri obiettivi, esiste una sorta di comunanza tra nazione e territorio; ciò implica il fatto che su uno stesso territorio sia impossibile istituire più di una nazione. Da codest’unione territorio-nazione ebbe origine lo Stato Nazionale.
La formazione dello Stato Nazionale rese possibile la nascita dello Stato di diritto sul territorio della nazione. Le fondamenta di essa risiedono nel concetto volontaristico di nazione, si può affermare che la nascita dello Stato Nazionale fu il presupposto per quella delle società moderne.
Dall’“unione” tra Stato e Nazione nasce anche il diritto di cittadinanza e poiché la nazione si definisce come “civitas”, è considerato cittadino colui che è nato sul territorio della Nazione.
Codesto diritto, a seguito delle guerre napoleoniche e delle due guerre mondiali, venne definito in modo sempre più estensivo, grazie sempre al concetto volontaristico di nazione. A ciò, però, seguirà nel corso degli anni ’70 del Novecento una nuova restrizione, come conseguenza dei mastodontici movimenti d’immigrazione.
La questione del centralismo francese rappresenta un problema maggiore rispetto a quello del diritto di cittadinanza. Essendo la Francia l’unico Paese centralistico in Europa, questa questione pesa sì sulla politica interna francese, ma soprattutto nel contesto della costruzione
europea, dove potrebbe provocare maggiori divergenze d’interessi con Paesi che adottano diversi tipi di governo.
Nonostante tutto ciò, si può affermare che il concetto francese di nazione è stato uno strumento politico, che ha modernizzato la società e la democrazia; ha legittimato gli Stati nazionali; ha concesso la coesione nazionale; ma soprattutto uno strumento di potere centralistico che prima o poi potrebbe degenerare portando la Nazione al declino.      


 

Elena Donno, Nazioni e potere centralistico.

La rivoluzione francese, da sempre, viene considerata uno dei punti di svolta nell’affermazione dell’idea di nazione come unità politica, spirituale e culturale, fondata non più sul potere assoluto del monarca ma sulla sovranità popolare, quindi non più sulla fedeltà alla dinastia ma alla “patria”. Con la dichiarazione  dei diritti dell’uomo e del cittadino la nazione fu investita da un potere politico nuovo, in cui la sovranità, un tempo posseduta dal re, passava al popolo con il nome di “sovranità della nazione”. L’idea di nazione divenne così una forza storica capace di mobilitare milioni di francesi per la difesa dei principi della rivoluzione. In questa prima fase, sebbene l’appartenenza ad una specifica nazione venisse esaltata e utilizzata come fattore di coesione per il popolo, il nazionalismo ebbe un carattere patriottico e cosmopolita e fu inteso come affermazione della sovranità popolare in un quadro di solidarietà e fratellanza tra i popoli. Ad esempio, la Francia respinse in un decreto del 1790 il diritto di conquista; il fatto è significativo per comprendere le caratteristiche della prima espressione di sentimento nazionalistico, che coincise con l’avvento dei principi democratici. Il XIX secolo fu il periodo nel quale i  movimenti nazionalistici acquistarono una fisionomia definita, anche se multiforme. La rivoluzione industriale, lo sviluppo economico e sociale, la comparsa di una classe media istruita e la nascita di letterature nazionali favorirono il diffondersi di idee nazionaliste. Tuttavia, se le condizioni che consentirono lo sviluppo furono essenzialmente le stesse in tutta Europa, differenti furono i concetti sui quali fece leva la propaganda nazionalista. In Germania il movimento romantico si sviluppò sui valori del patrimonio culturale e linguistico. In Francia l’eredità dalla rivoluzione fece sì che la propaganda nazionalista si fondasse sui concetti di libertà e uguaglianza. 
Nel corso dell’Ottocento il nazionalismo assunse un duplice aspetto: da un lato si identificò con i moti rivoluzionari e patriottici che scissero l’Europa nel 1848, dando voce alle istanze autonomistiche e democratiche di molti popoli; dall’altro, dalla costituzione del Reich tedesco, il nazionalismo cominciò ad assumere tratti maggiormente aggressivi. L’accettazione del principio dell’autodeterminazione dei popoli si legò all’esaltazione della virtù e degli interessi nazionali a  scapito dei diritti delle altre nazioni. Esso fornì così un sostegno al colonialismo, stimolando i contrasti tra le grandi potenze nazionali che sfociarono poi nella prima guerra mondiale. 
Il concetto francese di nazione è stato ed è soprattutto uno strumento politico, di modernizzazione della società e della democrazia, di coesione nazionale e di omogeneità ma in particolar modo lo strumento di un potere centralistico che troppo spesso sottolinea il tramonto della Nazione.
Questa diffusa confusione intorno al termine “nazione”, a mio parere, ha portato soltanto un sentimentalismo in politica nel modo di giudicare i movimenti marxisti o nazionalisti nelle loro prime fasi, ma anche ad infondate aspettative riguardanti la “riforma democratica”. A cominciare dal 1789 la Francia ha sofferto a causa delle successive rivoluzioni mettendo da parte la Costituzione che pur avendo affrontato soltanto un unico periodo di discontinuità rimane ancora oggi la legge fondamentale del paese. Il letterato prussiano Friedrich von Genz affermò che “la Dichiarazione dell’uomo e del cittadino”, è una sorta di formula magica che dissolve, a poco a poco, tutti i legami delle nazioni e dell’umanità. Inoltre, la rivoluzione, ha portato il basso clero o una gran parte di esso ad essere favorevole a radicali mutamenti sia nello Stato che nella Chiesa dando origine a rivoluzioni filosofiche, o come si usa dire oggi, rivoluzioni ideologiche, a sconvolgimenti catastrofici e utopistici.
 


 

Ludovica Bruno, Curriculum vitae del concetto di nazione in Francia.

SOGGETTO: Il concetto di nazione

DATA DI NASCITA: 14 Luglio 1789

RESIDENZA: Francia

PROCESSO DI FORMAZIONE: il concetto di nazione può essere definito in primo luogo come una forte necessità da parte del popolo francese di “mettere le carte in regola” all’interno dell’organizzazione politica e sociale dello Stato; la Rivoluzione francese pone fine allAncien Règime, periodo in cui il potere era concentrato solo ed esclusivamente nelle mani del re; a lui spettavano le decisioni più importanti, anche quelle che riguardavano la successione dinastica; sappiamo infatti che in Francia solo i figli, i nipoti o i ministri nominati direttamente dal sovrano godevano della sua piena fiducia; si tratta quindi di un controllo totale su tutto il territorio e anche e soprattutto sugli affari di politica interna; ma, parallelamente a questo tipo di governo monarchico, comincia a svilupparsi in Francia un nuovo concetto che inizialmente può essere definito come mito di fondazione di uno Stato. Mito appunto. Lo Stato è visto come un qualcosa di irrealizzabile, quasi un sogno utopico.  
Cosa porta i francesi ad avere questa convinzione, o meglio, questa consapevolezza?  
La Francia di certo non era l’esempio migliore di stato unitario: le lotte religiose e sociali persistevano, le differenze territoriali erano troppo evidenti e la cultura, la lingua e le diverse tradizioni creavano delle divisioni nette al suo interno.  
I fatti però sono stati in grado di dimostrarci il contrario: c’è stato uno spiraglio di luce, un avvenimento che ha permesso di combattere per affermare i propri ideali, le proprie idee e la propria identità; ecco qui che scoppia la Rivoluzione francese, prova che anche l’impossibile, l’utopia e il sogno possono diventare realtà e quindi, in questo caso, Stato.  
Si afferma così un nuovo concetto: non più lo Stato con un potere assoluto, ma una nazione in cui si sviluppano e vengono riconosciuti i principi di democrazia, uguaglianza, libertà e fraternità. Il concetto viene definito quindi “volontaristico” e a sua volta dà vita ad una comunità di volontà in cui la società gode pienamente di diritti e di doveri, ma soprattutto sente di appartenere al proprio territorio; non esiste più al suo interno una netta gerarchia, al contrario, ci si allontana da quella distinzione che avveniva sulla base della lingua, della cultura e della discendenza.  
Strettamente collegato al concetto volontaristico è il concetto di comunità democratica: come precedentemente affermato, il cittadino non godeva solo di diritti ma era sottoposto anche a dei doveri; il primo fra tutti era il servizio militare. La Francia infatti, durante la Rivoluzione e nel periodo che seguì, aveva la “necessità” di difendersi ed era particolarmente attenta a non abbassare mai la guardia nei confronti degli Stati confinanti che a loro volta si sentivano fortemente minacciati e temevano che le idee che animavano la Rivoluzione potessero diffondersi anche nei loro territori; questi avvenimenti evidenziano la difesa dei diritti democratici e della cittadinanza e, molto importante, l’affermazione della sovranità nazionale. Per la prima volta si sente parlare di nation en armes, non come simbolo di forza e oppressione, ma come unione di uomini appartenenti ad un determinato territorio che si battono per difenderlo.  
È con questi presupposti che nasce quindi lo Stato nazionale?  
Esattamente. Giunti a questo punto risulta fondamentale stabilire una forte identità tra nazione e territorio. È molto difficile che all’interno di uno stesso territorio possano vivere popolazioni di diverse nazionalità. Tornando un attimo indietro nel tempo, in relazione all’età rivoluzionaria, notiamo che è proprio questo il fulcro della lotta tra girondini e giacobini; il primo partito era conosciuto come precursore del sistema federale, al contrario dei giacobini che non tolleravano assolutamente la formazioni di regioni o minoranze.  
Il concetto di nazione si allarga e abbraccia altri diversi concetti e principi come quello dell’autodeterminazione individuale e collettiva. Lo Stato e la sua formazione rappresentano, da un lato, una vera e propria modernizzazione e dall’altro ci conducono verso una legittimazione; infatti, il nuovo concetto, per essere definito, non si basa più su dati e caratteri oggettivi (lingua, religione, cultura…) ma su parametri ben definiti che però escludono qualsiasi forma di federalismo.  
Una delle tappe fondamentali dell’evoluzione del concetto di nazione è rappresentata dalla Comune di Parigi, che nel 1871 si impegna nel definire la nazione come concetto di popolo, o ancora da Ernest Renan che, indicando la nazione con la metafora di “plebiscito quotidiano”, sottolinea l’importanza della forte unione tra cittadinanza e nazione; utilizzando il termine chimico appropriato, lo definisce un legame per “osmosi”.  
Raggruppando così tutte le varie sfaccettature che ha il concetto di nazione, giungiamo alla punta dell’iceberg: la Francia oggi si presenta come unico stato centralistico. Parigi, infatti, molto spesso si rifiuta di approvare leggi o provvedimenti che mirano ad un’autonomia culturale per salvaguardarsi da probabili rivendicazioni politiche o ancora, per evitare l’affermarsi di una forma di federalismo.  
Qui, il concetto di nazione giunge a considerare l’autonomia quasi come una minaccia per la Nazione e come causa del suo prossimo tramonto definitivo.


 

Maria Antonietta Scarcella, Sentimenti, ricordi, speranze nella nazione francese.


Sono stati senza dubbio cittadini francesi che, con le bonnet phrygien  in testa e la spada in mano, hanno inneggiato al grido “Vive la nation!” , a un sentimento che successivamente si è diffuso in tutta l’Europa, un sentimento nuovo che faceva sentire tutti uniti attraverso uno spirito di uguaglianza , fraternità e libertà. Senza dubbio la Francia è la nazione per antonomasia , la culla della cittadinanza attiva e del patriottismo. Ma non la si deve pensare come una nazione nata dal nulla, come ad uno stato da sempre unitario. Al contrario, coma afferma la prof. Françoise Manfrass-Sirjacques, docente all’università di Parigi V, il concetto di nazione non esisteva fino al 1789, pertanto la Francia era tutt’altro che un paese unito, vi erano sostanziali differenze sotto molti aspetti: erano  presenti,infatti, diversi sistemi giuridici, diverse culture e addirittura differenti lingue. Solo dal punto di vista religioso la Francia era unita, seppur con la forza, dal principio “cuius regio  eius  et religio”. Ma questa netta divisione è suturata dal concetto di nazione che con la rivoluzione francese assumerà quell’aspetto di attivazione politica da cui emergeranno saldi principi di democrazia, fratellanza, uguaglianza e libertà. Sarà proprio questo concetto volontaristico di nazione che riunirà tutti sotto il titolo di cittadini. Anche il concetto di Nation en Armes, ossia il diritto e soprattutto la necessità del servizio militare ha contribuito all’auto-affermazione della sovranità internazionale. Essendo perciò l’idea francese di nazione nata da un concetto volontaristico, vi è identità tra nazione e territorio. Dall’unione di questi due elementi nasce lo Stato Nazionale. Il modello centralistico francese che oggi necessita un adeguato decentramento, è il frutto di un conflitto di tendenze già presenti tra i due più importanti Clubs francesi: i Girondini, che parteggiavano per un sistema federale con maggiore autonomia alle regioni, e i Giacobini, orientati verso un sistema di potere centralizzato. Il concetto volontaristico di nazione acquista più valore anche nel rispetto del diritto di auto-determinazione dei popoli. Questo aspetto sarà giustificato dal filosofo Renan nella disputa con il giornalista tedesco Strauss, il quale sosteneva il concetto di nazione in senso culturale. Determinanti, a questo punto, sono le parole di Fustel de Coulanges : “Né la razza né la lingua creano la nazionalità, ma l’insieme delle idee, degli interessi, dei sentimenti, dei ricordi e delle speranze”. Questa idea di Stato Nazionale rimane in piedi, seppur con qualche discredito fino alla fine del XIX secolo; infatti, a partire dalla Comune di Parigi, il concetto di Nazione basata sull’idea di popolo, successivamente acquisisce un valore anti-parlamentare e regionalisitico per poi diventare completamente nazionalistico; si deve attendere Renan che nell’anno 1882 nella conferenza : “Qu’est-ce qu'une nation?” definisce la nazione come un plebiscito quotidiano. Dall’idea di Stato Nazionale, equiparazione tra Nazione e Stato, si perviene all’idea di cittadinanza. Infatti viene considerato cittadino francese chi nasce sul territorio francese, si afferma lo jus soli , anche se ciò era presente già durante la  Francia monarchica. Ma se dal XIX secolo il concetto di cittadinanza venne sempre più esteso, tanto da considerare cittadino francese anche chi nasce su una nave francese, esso venne modificandosi nel corso del XX dalle leggi Pasqua (1993) e Guigou (1998): applicato in modo più restrittivo a seguito dei movimenti migratori di sempre maggiori dimensioni, lo jus soli venne drasticamente limitato e la volontà non era più un requisito valido per diventare cittadino francese. La cittadinanza non è l’unico problema all’ordine del giorno del dibattito politico. Una questione ulteriore è quella del centralismo. La Francia, infatti, è rimasta, in Europa, l’unico stato centralistico. Ciò a causa dell’incombente Giacobinismo che ancora domina la classe politica. Per questo motivo il desiderio delle regioni di emanciparsi da Parigi è ben lontano dal tramutarsi in realtà. 


 

Chiara Pesino, Nazione e cittadinanza in Francia 

Puntando l’attenzione sulla Francia, si deve riconoscere la Rivoluzione Francese come punto di partenza del concetto di nazione, così sottolinea la professoressa François Manfrass Sirjacques. Infatti, fu proprio in questo periodo che la Francia, stanca dei diritti della monarchia e dei confini come risultato della politica espansionistica del sovrano, decise di costituire una comunità di volontà in cui i principi trainanti fossero quelli di democrazia, uguaglianza, libertà e fraternità. Malgrado la componente volontaristica fu però difficile attuare immediatamente questo brusco mutamento in quanto la Francia fino ad allora aveva insistito maggiormente su principi come il cuius regio eius et religio (dunque su una religione unica per tutti), piuttosto che sull’unità territoriale.
Tuttavia il concetto volontaristico, nel crearsi delle solide basi per l’esistenza comune, eliminò la discendenza e la lingua come caratteri salienti dell’identità nazionale forgiando nuove definizioni come quella di cittadinanza, dopo aver realizzato che il territorio e la nazione costituivano insieme lo Stato nazionale.
La nazione di tipo volontaristico avrebbe permesso di tollerare una certa autonomia culturale e politica delle regioni all'interno di un tutto unito, ma ciò fu ostacolato dai Giacobini, i quali sostennero che questa eterogeneità fosse dannosa per l’unità.
Successivamente, Ernest Renan ribadì la tesi volontaristica parlando di “plebiscito quotidiano” contro David Friedrich Strauß che difendeva la concezione di Kulturnation (nazione culturale). Al contrario Renan parlò di un’osmosi tra nazione e cittadinanza; quest’ultima poteva essere acquisita attraverso lo jus soli (diritto di suolo) da non intendere in contrapposizione, bensì in aggiunta allo jus sanguinis (diritto di discendenza).
In particolare, il primo passò attraverso dei mutamenti tali che spesso anche chi nasceva su una nave o su un aereo francese veniva considerato Francese.
In seguito, con la legge Pasqua, questo diritto venne parzialmente limitato.
Dunque, per quanto riguardava l’acquisizione di cittadinanza su territorio francese, da allora fu necessaria una dichiarazione di volontà.
L’unicum della Francia fu, ed è ancora, il centralismo, che nel passato, nel momento in cui ogni minima emancipazione da Parigi venne sbarrata dall’intervento dei Giacobini, ha distinto la Francia da Italia, Inghilterra e Spagna (più intraprendenti verso la direzione federale). Ai giorni nostri, per quanto riguarda l’UE, si evidenza la differenza (la différence) e la diffidenza nei confronti della Commissione, anche solo nel momento in cui il Presidente della Commissione non è francese.
Si può quindi concludere dicendo che il concetto francese di nazione è stato uno strumento politico che ha da sempre messo in luce i pro e i contro di ciascuna trasformazione, sia grande che piccola.
Ciò spiega la peculiarità della Francia.



Federica Paiano, Nazione, comunità di volontà 


Il documento della prof.ssa Manfrass-Sirjacques si occupa dell’iter del concetto di nazione in Francia.Prima della Rivoluzione, la Francia non era uno stato unitario, o meglio, lo era diventato solo per quanto concerneva la religione in seguito alla revoca dell’Editto di Nantes e all’affermazione del principio “cuius regio eius religio”; da un punto di vista amministrativo erano presenti sistemi giuridici diversi al nord e al sud e non si poteva parlare nemmeno d’unità culturale perché in molte regioni periferiche le lingue parlate erano lontane da quella francese.Che relazione esiste tra il concetto di nazione e il presente quadro storico? 
 Nella Francia dell’Ancien Régime, il concetto di nazione non ha alcuna implicazione politica ed è ancora quasi sconosciuto.
In seguito alla Rivoluzione francese il concetto di nazione si è identificato con un concetto volontaristico fondato, come evidenziato dalla parola stessa, sulla volontà che, in Francia, si trova alla base di quel senso di appartenenza alla nazione,che non può scaturire quando si fa riferimento invece alla cultura, alla lingua o alla storia perché non rappresentano fattori comuni; in relazione a ciò la nazione si definisce come una comunità di volontà politica e per il cittadino questo significa che oltre ad ottenere il riconoscimento dei suoi diritti deve anche tener conto dei suoi doveri, primo fra tutti il servizio militare, anima della cosiddetta “nation en armes”.
Successivamente l’unione tra la nazione e il territorio ha determinato la nascita dello Stato nazionale; la formazione di questo stato rappresenta un passo avanti rispetto alle monarchie assolute, poiché presuppone la volontà dei cittadini e per di più giustifica le pretese territoriali di un dato Stato in virtù del diritto all’ autodeterminazione dei popoli.
Oggetto di diverse diatribe nel corso del tempo, la cittadinanza è strettamente connessa alla nazione; il diritto di cittadinanza, in particolare lo jus soli, ha subito delle estensioni o delle restrizioni dettate esclusivamente dalle esigenze della nazione e molto spesso è stato anche esasperato: basta pensare che, grazie ad una finzione giuridica anche nascendo su una nave di proprietà francese si diventava cittadini francesi. Anche recentemente sono state promulgate delle leggi quali la Legge Pasqua e la legge Guigou che hanno rispettivamente limitato e, a distanza di soli cinque anni, ripristinato lo jus soli.
Motivo di contrasto tra i girondini e i giacobini fin dai tempi della Rivoluzione del 1789, è stato ed è ancora il centralismo francese. A differenza dei girondini che assumono delle posizioni moderate, i giacobini non approvano né la decentralizzazione né un orientamento della Francia verso la formazione di strutture federali; e questa posizione è tutt’oggi dominante in politica: di fatto, la Francia è l’unico stato centralistico in Europa. Durante la rivoluzione, il partito dei giacobini non guardava di buon occhio l’eterogeneità anzi la considerava addirittura una minaccia per l’unità della nazione. Attualmente, invece, come si spiega questo atteggiamento? Se le differenze tra le regioni sono ritenute così pericolose che valore ha la nazione o meglio la comunità di volontà? 
Il nodo della questione sta nel fatto che molte regioni periferiche sono state annesse alla Francia in un periodo relativamente recente e molto spesso a causa di una politica matrimoniale attuata tra stati; quindi, Parigi concedendo l’indipendenza a queste regioni teme di perderle definitivamente. Perseverando con questo atteggiamento però non fa altro che alimentare movimenti autonomisti, già esistenti, che a volte sono giunti anche alla violenza.
Infine, la Francia può rappresentare un fattore frenante all’interno dell’Unione Europea perché considera minacciose le proposte da quest’ultima avanzate e le ostacola.  

 



Paola Luceri,  Identità nazionale e centralismo in Francia


La realtà, relativa al nazionalismo francese, di fronte alla quale la professoressa Manfrass ci pone, equivale alla medesima sensazione che ha un qualsiasi turista recandosi in Francia: uno Stato unito, forte al suo interno ed estremamente geloso della propria storia e cultura, ma soprattutto della propria lingua.  
La prof.ssa Manfrass evidenzia, infatti, che anche il tipo di amministrazione dello Stato francese è in accordo con lo spirito nazionale. In questo modo, tutto è concentrato a Parigi che diventa così il centro assoluto, il cuore della Francia, dove, sempre un qualsiasi turista percepisce l’attaccamento profondo di ogni francese alla propria identità nazionale, celebrata ad esempio dall’architettura. Basterebbe visitare la maestosa tomba di Napoleone per poter comprendere che i simboli della nazione francese vadano ben oltre la bandiera tricolore. Eppure, sebbene l’evidenza sia questa, la scena politica è un po’ differente: il centralismo è tutt’oggi argomento di discussione tra quei partiti che sono i posteri dei club fondati dal giacobino Robespierre e dal girondino Danton all’epoca della Rivoluzione Francese.Nonostante questa forma amministrativa sia protetta e salvaguardata anche dalle influenze esterne come “l’Europa delle regioni”, il centralismo continua a non convincere gran parte di quelle regioni “periferiche” (Lorena, Alsazia, Provenza, Corsica, Nizza, la Savoia), che per le vicende storiche hanno avuto autonomia politica ma che, formate da minoranze etniche, vorrebbero riconosciuto il diritto di poter parlare e insegnare anche la lingua regionale.  Dopo aver analizzato questo aspetto ho pensato: lo spirito nazionalistico è presente a Parigi più che nelle altre regioni, che sempre attraverso il “plebiscito quotidiano” di Renan, scelgono e si sentono parte della nazione; ma le regioni periferiche, a causa del centralismo, avvertono i limiti culturali e linguistici, con, a mio parere, gravi ripercussioni storico-politiche, non solo sull’equilibrio dello Stato ma anche su tutta l’Europa. La Francia è uno tra i primi stati fondatori dell’Unione Europea.


 

Marta Romano, Centralismo o Federalismo?

Françoise Manfrass-Sirjacques, docente all’università di Parigi e ricercatrice alla Sorbona, in una conferenza ha affrontato il tema relativo alla Francia “Il concetto francese di nazione e le sue ripercussioni politico-culturali in Europa dopo il 1945”.
Ppartendo dalla descrizione generale si è soffermata sulla posizione che occupa la nazione francese all’interno dell’Unione Europea per via della politica interna adottata: il centralismo. Questa linea politica non pesa solo all’interno del Paese, ma è piuttosto in contrasto con quella adottata da un’altra grande potenza, la Germania federalista, animata da interessi divergenti con gli Stati che hanno una differente tradizione politica. Infatti all’interno della Comunità Europea incombe una grande scelta, potremmo considerarla quasi un dilemma: trasformare le regioni d’Europa in federazioni o attuare il modello del centralismo francese appunto?
Nonostante tutto, si nota la sfiducia nei confronti della Commissione dell’UE, quando il presidente non è un francese. Questo non costituisce comunque un problema: Parigi sarebbe bendisposta a spostare le sue strutture centralistiche nell’Unione Europea.
Naturalmente a tutto ciò seguono numerose polemiche da parte della classe politica, che si vede minacciata su più fronti, rappresentati dalle strutture soprannazionali europee e dalla rinascita delle regioni, in particolare regioni binazionali o multinazionali. D’altra parte queste stesse regioni intravedono nell’unificazione europea l’occasione di svincolarsi dal potere centralistico.
Bisogna precisare infine che il concetto francese di Nazione rappresenta lo strumento di un potere centralistico, che frequentemente vede come una minaccia i processi di emancipazione ed autonomia, che porterebbero al tramonto della Nazione stessa.