La nazione tra storia e teoria 

Interventi di studenti della classe IV sez. B indirizzo Linguistico Brocca,
Liceo Classico Statale "F.Capece", Maglie (Lecce),
Insegnante prof.ssa Antonia Turchiuli
 


Benedetta Fedele, La nazione dalle origini alla fine dell'Ottocento.

Federica Greco e Debora Miggiano, Le nazionalità.

Chiara Pesino, Rielaborazione del documento di Lucio Levi 

Elena Donno, Stato nazionale confine naturale

Federica Paiano, Puzzle di regioni. Una simulazione di dialogo.

Ludovica Bruno, L’idea di nazione: dalla nascita al suo declino. 

Ludovica Bruno, Il principio nazionale e i valori dell'umanità

Sarah Sanzò, Uguaglianza Fraternità Libertà

Ludovica Bruno, La Rivoluzione Francese e il concetto di nazione

Melissa Piccinno, Può la rivoluzione modificare la nazione?

Benedetta Fedele,   Nazioni e appartenenza.                                      

Chiara Stefani, A favore di Giuseppe Mazzini...

Melissa Piccinno, Nazione, intuizione pura.

Chiara Stefani, Nazione e rivoluzione

Federica Paglialunga, Élite e nazione

Federica Palano, Sulle cause della nascita di una nazione.

Marta Romano, Inghilterra versus Germania (Intervista impossibile)

Sara Guido, Nazionalismi ieri e oggi.

Raffaele Paiano, Colonialismo e federazioni regionali nel Terzo mondo

Paola Luceri, 1. Nazione: fattori naturali o volontà popolare?

2. L'identità nazionale durante il secolo della globalizzazione.

Federica Paiano,  Affermazione della globalizzazione e non globalizzazione affermata.

Federica PaianoIl Terzo Mondo è sempre arrivato in ritardo! (ancora penultimo)

Marta Romano, Un colloquio immaginario. Approfondimento sullo scritto “La natura dello stato nazionale e le cause del suo declino” di Lucio Levi

 



Benedetta Fedele,  La nazione dalle origini alla fine dell'Ottocento.

Che cos'è la "nazione"?
Ancora oggi è difficile attribuire un significato preciso all'idea di nazione.

Dopo aver preso visione del primo documento “Nascita e declino dell’ identità nazionale” del Prof. Franco Della Peruta, ho scelto di offrire un excursus storico sull’ idea di nazione dalle sue origini fino alla storia dell’ Ottocento.
 

“Complesso degli individui insediati in un territorio e legati da una stessa lingua, storia, civiltà, interessi e dalla consapevolezza di questo patrimonio comune”. È questa la definizione riportata in un comunissimo dizionario, ma al di là di questo primo significato basilare, a cosa si fa riferimento pensando all’ idea di nazione? È un interrogativo che ha arrovellato le menti di storici e opinionisti nel corso della storia, ma nessuno di questi è mai stato in grado di dare un significato soddisfacente. Alcuni si sono limitati ad affermare che la suddetta idea di nazione è chiara solo in apparenza, ma difficile da definire con precisione in poche parole, e perciò spesso fraintesa; altri, invece, a ripercorrere le origini del termine senza, però, giungere a conclusioni interessanti.

 

Un primo concetto di identità nazionale con una più esplicita valenza politica si sviluppò solo tra “riforme e controriforme” nel periodo compreso tra il XVI e il XVIII secolo. Infatti, con il consolidamento di alcuni Stati come Spagna, Francia e Inghilterra con solide dinastie, e altri come Italia e Germania in cui la nascita di una coscienza nazionale fu più tarda grazie a un continuo e intenso lavoro culturale, si giunse ad una prima distinzione tra nazioni “territoriali” le prime, e nazioni “culturali” le altre.

 

In seguito ci fu chi finalmente iniziò a formulare le prime vere riflessioni intorno al concetto di nazione modernamente concepita, e tra questi spiccano il francese Rousseau e il tedesco Herder, i quali, chi più e chi meno, sostengono il concetto dell’ “individualità” delle varie nazioni e in questo senso sono a favore della costituzione di uno Stato fondato sulla sovranità popolare e contrari al primato di una nazione sulle altre. Ma in quel periodo chi ‘meglio’ della Francia, che stava attraversando proprio gli anni della Rivoluzione ed era, quindi, direttamente interessata al concetto di nazione, poteva esprimere il suo parere? Infatti, con la Dichiarazione del 1789 si affermò il requisito essenziale di una nazione, quale la “cittadinanza politica”: fu questo un grande passo in avanti che diede sempre maggior rilievo al principio di nazionalità, cioè l’esigenza di tutte le nazioni con una propria individualità e identità distintiva di riconoscersi in uno Stato nazionale. Anche se poi questa propaganda delle idealità nazionali e liberali fu ostacolata da Napoleone, i popoli, sentendosi minacciati, rafforzarono l’ idea di nazione facendola, a lungo andare, coincidere con quella di patria.

 

Ma anche per quanto riguarda l’ Ottocento si può parlare di un principio di nazionalità, basti pensare agli obiettivi della Giovine Italia del Mazzini, quali costituire una nazione unita, indipendente, democratica, repubblicana, che potesse essere uno strumento per realizzare una concordia tra i popoli e gli Stati nazionali in collaborazione.

 

Come si è notato, dunque, il concetto di nazione ha avuto un intricato percorso storico che anche al giorno d’ oggi continua a rappresentare un enigma dalle ancora soltanto ipotetiche risoluzioni. Beh, allora non ci resta che confidare nelle generazioni future… sperando che si possa ancora parlare di Nazione!

                                                                                                                                                                                                            


Federica Greco  e Debora Miggiano , Le nazionalità


Come evidenziava il prof. Della Peruta nel suo documento, per nazionalità s'intende il senso di appartenenza ad una nazione per lingua, cultura, tradizione, religione, storia: in questo senso la nazionalità esprime una sintesi di popolo, cittadini appartenenti ad uno stato, e nazione, intesa come il complesso di quegli elementi culturali che caratterizzano la storia di un popolo.
Il termine nazione risale all'antichità, ai tempi dell'antica Roma, ed era collegato all'idea di nascita. Nel medioevo il termine designava un gruppo etnico-geografico, senza strutture istituzionali e amministrative. Dopo la Riforma Protestante, in Francia, Inghilterra e Spagna, si delineò l'idea di formazione di una coscienza nazionale moderna, basata su uno Stato dove gli individui si identificavano in un territorio statale. In Italia e nel mondo germanico, la formazione della nazione fu un processo lungo e difficile. È in questo periodo che nascono le nazioni territoriali, con accentuata connotazione politica, e le nazioni culturali, che erano delle comunità distinte in base alle loro tradizioni.
Tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento si erano andate delineando diverse concezioni di nazione. Rousseau aveva il desiderio di costituire uno Stato fondato sulla sovranità popolare e sulle libertà democratiche. Inoltre, secondo Rousseau, le nazioni erano entità culturali formatesi lungo il corso degli anni. Secondo Herder, invece, le nazioni costituivano un elemento fondante nella storia dell'uomo: affermava che le nazioni erano unite da una stessa cultura. Herder era contrario alla supremazia di una nazione su di un'altra. Egli respingeva la razza, in quanto non la riteneva elemento fondamentale per formare una nazione. Schlegel insisteva sulla nazione-stirpe, in quanto la nazione risultava perfetta quanto più lontane erano le origini.
Durante la Rivoluzione Francese, il processo della nascita delle nazioni subì una accelerazione. In questo periodo si sviluppò il principio della sovranità, in quanto vi era l'esigenza da parte delle nazioni di costituire uno Stato nazionale. La circolazione di queste idee venne ostacolata da Napoleone, il quale voleva subordinare il suo popoli al potere della Francia.
Nel 1814, dopo il Congresso di Vienna, le potenze volevano ritornare alle vecchie dinastie e ai regimi assoluti. Per Mazzini la nazionalità non indicava un insieme di connotati come la lingua o il territorio, ma era connessa all'umanità. L'idea di nazione di Mazzini si fondava sul fatto che gli uomini si identificavano su uno stesso principio ideale.
Durante l'Ottocento, l'idea di nazione si trasformò in un processo concreto di nascita della nazione. Il principio di nazionalità fu molto importante soprattutto per quegli Stati che volevano dare vita ad un proprio Stato nazionale, pur essendo divisi fra loro. Secondo il pensiero marxista, la nascita delle nazioni era dovuta all'ascesa della borghesia capitalistica: lo Stato era visto come uno strumento per rafforzare il potere della borghesia. Otto Bauer elaborò il concetto di nazione, che poneva in primo piano la comunanza tra storia e cultura, ed escludeva il territorio e la discendenza da una stessa stirpe..
Negli ultimi decenni è divenuta evidente la tendenza alla globalizzazione, cioè al fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi di diverso tipo a livello mondiale. L'affermarsi della globalizzazione dovrebbe condurre alla formazione di una "cultura" globale, dove gli Stati dovrebbero dar luogo ad aggregazioni sovranazionali di Stati.
Pertanto, sebbene la globalizzazione rappresenti libertà e benessere per i cittadini, mette a repentaglio le particolarità di ogni cultura e quindi anche l'idea di nazione, che come scrisse Renan è "Un'idea chiara in apparenza, ma facile ad essere fraintesa".
E' fondamentale, quindi, parlare di identità nazionale ed evitare di sminuire la sua importanza, visto il difficile cammino che l'idea di nazione ha dovuto affrontare nel tempo.
 


Chiara Pesino, Rielaborazione del documento di Lucio Levi

(par 1-15)
Nello scritto di Lucio Levi, la domanda posta in primis riguarda l’identità della nazione, quindi la sua chiara definizione, che, seppur immediata, non lo è affatto, come dimostrano i numerosi contributi di filosofi, sociologi, storici.
Ciò che accomuna tutti è la consapevolezza che lo Stato nazionale si muova verso un lento e impercettibile declino in vista della recente nascita delle società multinazionali e dell’estendersi a macchia d’olio della globalizzazione.
Alla luce di ciò Eric Hobsbawm rinuncia a definire la nazione, mentre Mario Albertini sottolinea come, essendo indiscutibile che il mondo intero sia organizzato in Stati sovrani, bisogna porsi l’interrogativo sulla natura dello Stato nazionale.
Anche a proposito di questo sono state avanzate innumerevoli teorie. Quelle che vanno per la maggiore sono la teoria naturale (l’esistenza dello Stato nazionale è collegata a fattori oggettivi, che trascendono quindi la volontà umana) e la teoria elettiva che, al contrario, pone in risalto la volontà degli individui nell’organizzarsi politicamente. Queste due teorie sono nate rispettivamente in Germania e in Francia per trovare una giustificazione credibile del dominio sull’Alsazia e su Lorena contesa tra queste due nazioni. La prima, quindi, sosteneva la sua supremazia con la teoria linguistica naturalistica. La seconda invece, celebrava la volontà della popolazione e metteva in risalto la fedeltà come carattere saliente del comportamento nazionale.
Altri modi per intendere la nazione sono stati quelli legati alla razza, alle frontiere, all’esistenza di un organismo vivente (vale a dire un’entità dotata di una vita propria e distinta da quella degli individui che compongono il corpo nazionale), oltre a quello di entità illusoria; definizioni parziali, incomplete e spesso inesatte, dunque altamente discutibili. Si contraddistingue successivamente la nazionalità spontanea da quella artificiale. La prima è un legame di tipo territoriale o linguistico al luogo natio dove si è trascorsa l’infanzia; la seconda, invece, senza seguire il significato etimologico di “natio”, riguarda l’amore per un luogo, cui non è associato però nessun ricordo.
Il processo nazionale è cominciato nel momento in cui gli individui, pronti a rinunciare ai legami con il passato si organizzarono tra loro politicamente. Molto probabilmente questo cambiamento è avvenuto durante la Rivoluzione Francese in quanto si fecero sentire sempre più forti la democrazia e l'idea di nazione legati strettamente ad un acceso amor di patria e ad un desiderio di sovranità popolare.
Il nazionalismo, che serve a giustificare l’esistenza delle frontiere tra gli Stati, è un’ideologia, come d’altronde il liberalismo, ed in quanto tali entrambe si attengono a tre aspetti fondamentali quali: quello di valore definisce il fine che l’ideologia persegue, quello di struttura definisce le istituzioni politiche ed infine quello storico-sociale, connesso appunto al passato. Il nazionalismo, secondo Levi permette la coesione del popolo all’interno dello Stato e colloca la nazione al primo posto nella scala gerarchica dei valori politici. Da questa definizione scaturiscono due principi: uno è rappresentato dalla subordinazione dell’individuo e l’altro dalla subordinazione dell’umanità alla nazione.  Inoltre lo Stato nazionale ha una struttura accentrata in quanto gli enti locali, anche quando sono elettivi, sono comunque soggetti al governo centrale.
Per comprendere l’aspetto totalitario del nazionalismo possiamo ricondurci ad una Francia costretta ad un’unità linguistica, durante la Rivoluzione, in quanto le lingue diverse dal francese venivano considerate come strumenti nelle mani degli avversari, tanto che si giunse a proporre di deportare in massa gli alsaziani, che non parlavano il francese, per  tradimento. E’ questa una spia di come il nazionalismo possa anticipare la mentalità del nazismo, in cui le minoranze sono state presentate come entità dannose ed estranee che minacciano ed indeboliscono le capacità difensive della nazione. In realtà è la forma primordiale di organizzazione politica che permette la coesione tra i diversi ceppi.
Viene sottolineato anche il fatto che l’indipendenza delle nazioni non coincide con la loro eguaglianza, ma riflette solamente le loro disuguaglianze create della ragion di Stato, cioè il calcolo di rapporti di forza tra gli Stati, che conferisce loro un carattere intollerante. La stessa ragion di Stato ha permesso, inoltre, la divisione tra “nazionalismo buono” (riferito alla propria patria) e “nazionalismo cattivo” (riferito agli altri Stati).

(par. 16-24)
A proposito di nazionalismo, quest’ultimo non ha da sempre avuto lo stesso significato, ma ha attraversato diverse fasi, corrispondenti ognuna ad un periodo storico particolare.
La prima fase è segnata dal periodo successivo alla Rivoluzione Francese, durante il quale il movimento nazionale  convive con l’attaccamento alle idee socialiste, democratiche e liberali e anche ai comportamenti internazionalistici. Ciò si verifica per l’equilibrio che vi era tra le potenze (e dunque per il Principio di equilibrio) e per lo sviluppo ancora limitato della Rivoluzione industriale (quindi per la mancata integrazione del movimento operaio nella vita dello stato nazionale).
La seconda fase è permeata dal processo di unificazione nazionale tedesca. Obiettivo della Germania era quello di avere il predominio sui mari e soprattutto diventare una grande potenza internazionale; già in quest’ultimo fatto si nota qualcosa di contraddittorio che urta contro il principio di nazionalità. Il Reich, sempre più accentrato fino a farsi veicolo delle tendenze imperialistiche e autoritarie dello Stato nazionale, per cercare il proprio “spazio vitale”, mirò agli Stati vicini e se fosse riuscito ad espandersi avrebbe distrutto se stesso e il sistema europeo degli stati.
Crescenti contraddizioni come questa preludono alla fine dello Stato nazionale in quanto antagonista delle forze produttive, dell’ordine internazionale, del liberalismo, della democrazia e del socialismo.
Per quanto riguarda  il primo aspetto, come sappiamo, l’elevato sviluppo industriale su scala mondiale abbatte quelle che sono le barriere dello Stato nazionale e questo fatto è incongruo rispetto alle dimensioni nazionali del potere.
Per ciò che riguarda il secondo aspetto, come si può facilmente immaginare, l’ordine internazionale, verso cui si è cominciato a tendere a partire dal Congresso di Vienna fino ad arrivare ai giorni nostri, rappresenta un evidente paradosso se affiancato allo Stato nazionale, in quanto l’attaccamento verso collettività più grandi poteva e può indebolire lo stato stesso. In effetti fino al Congresso di Vienna i rapporti internazionali avevano interessato in prima persona solamente i principi e i re che, escludendo il popolo, prendevano personalmente delle decisioni. Ma subito dopo l’introduzione di quelle riforme democratiche e sociali che portarono il governo a fondarsi sulla partecipazione popolare e a prendere parte attivamente alla vita politica e sociale del Paese, lo Stato, inteso come Nazione sovrana, con la conseguente concentrazione dei poteri, si appropriò di queste trasformazioni “producendo” il nazionalismo insieme all’accentramento. Con l’aumentare delle relazioni internazionali, crebbero di pari passo l’anarchia internazionale, il disordine economico, l’autoritarismo. Naturalmente ora che questi rapporti si sono estesi a macchia d’olio non possiamo non sottolineare la loro paradossale contrapposizione nei confronti dello Stato nazionale.
Per ciò che concerne, invece, la contraddittorietà dei principi del liberalismo, democrazia e socialismo con lo Stato nazionale, basta rimarcarne il peculiare carattere internazionale, in contraddizione secondo Frantz con la divisione politica fra gli Stati e secondo Proudhon con la democrazia nominale e con la pianificazione autoritaria e inefficace degli Stati nazionali. Infatti, la estensione a livello nazionale dei principi del liberalismo, democrazia e socialismo non fu il loro punto di arrivo, ma solo un punto di partenza per estendersi a livello europeo e poi mondiale. I suddetti movimenti avevano come obiettivo la liberazione dal dominio monarchico e aristocratico e da quello borghese e capitalistico, per andare al di là dei conflitti e garantire la pace ai popoli. Il tutto non mettendo in conto che il carattere tendenzialmente violento delle relazioni internazionali rimane tale e quale in una situazione di divisione del genere umano in Stati sovrani. In realtà la pace nel secolo scorso dipendeva solamente dall’equilibrio tra le potenze europee, dall’espansione economica, dall’unità del mercato mondiale. Dunque nel caso di queste ideologie la contraddizione fondamentale è quella che vede contrapposti l’aspirazione all’autonomia e l’uguaglianza dei popoli e la loro suddivisione politica.
Quindi,  considerando la crisi dello Stato nazionale, si possono riconoscere tre fasi: la prima ( tra il XIX e il XX secolo) segnata dal protezionismo e dalla spartizione delle colonie; la seconda (durante le due guerre mondiali) caratterizzata dalla ricerca da parte della Germania del suo “spazio vitale”; la terza, invece,  cominciata nel 1945 ed ancora in atto, è quella dell’unificazione europea.
Così solo gli Stati del Terzo Mondo sembrano essere ancora legati al nazionalismo ed è questo un limite che non garantisce loro lo sviluppo economico e l’indipendenza politica. Analizzando poi il principio di autodeterminazione, che ha avuto un ruolo progressivo nel XIX secolo, si può dire che oggi appare piuttosto l'affermazione del diritto di ogni nazione di fare ciò che vuole all’interno dei suoi confini; si potrebbe così giungere alla conclusione che esso non fa altro che spingere le nazioni verso l’illegalità, la violenza e l’anarchia. Infatti, se interpretato come un diritto esercitato allo scopo di creare un numero sempre più alto di piccoli Stati sovrani, diventa un principio reazionario.
Per contro, nel mondo contemporaneo, non può non essere più chiaro il fatto che abbiamo bisogno di un ordine federale a livello mondiale che, benché questa ipotesi sia molto remota, è comunque l’unico che ci può garantire la democrazia e la salvaguardia dei diritti umani.


Elena Donno, Stato nazionale confine naturale 

Ancora oggi il concetto di nazione non è sostanzialmente mutato, come sottolinea Lucio Levi: esso non ha un riferimento oggettivo; infatti ciò che contraddistingue la nazione non sono tanto i confini linguistici o territoriali, quanto il senso di appartenenza che i membri sviluppano nei confronti di una tradizione e di una cultura, tanto che queste diventano forti elementi di identificazione e di integrazione sociale. La nascita delle nazioni in continuo conflitto tra loro, segnando la storia europea dalla rivoluzione francese alla seconda guerra mondiale, ha raggiunto il capolinea per lasciare spazio a nuove organizzazioni di potere a carattere multinazionale e a struttura federale. Lo storico Eric Hobsbawm, nel suo scritto  “Nazioni e nazionalismo”, dopo aver affermato che senza un concetto di nazione è impossibile capire gli ultimi periodi della storia, rinuncia a definire la nazione e considera la nazione un ampio nucleo di popolazione in cui i cittadini si ritengono membri della stessa permettendo di riconoscere la vera natura del vecchio ordine e i suoi limiti istituzionali.
Una prima base scientifica alla questione nazionale è rappresentata dalla critica alla “teoria naturale”, che individua i caratteri distintivi della nazione in fattori oggettivi (razza, lingua, religione). Secondo tale teoria, la nazione si fonda sull’ipotesi dell’esistenza di un vincolo naturale, che si riferisce al concetto di razza, termine utilizzato per giustificare la discriminazione, alimentare l’odio razziale e per mantenere l’ostilità tra i gruppi umani. Un secondo criterio si basa sull’esistenza di un “organismo vivente”, vale a dire di un’entità dotata di una vita propria distinta da quella degli individui che compongono il gruppo nazionale. L’esistenza di caratteristiche comuni ai membri del gruppo (lingua, religione, territorio) consentirebbe di identificare la nazione. Karl Popper scrive “l’assoluta assurdità del principio di autodeterminazione nazionale deve essere palese a chiunque si sforzi anche solo per un momento di criticarlo”; questo principio per  Popper equivale ad affermare che ogni stato deve essere uno stato nazionale, limitato da un confine naturale, in modo da coincidere con la naturale dimora di un gruppo etnico, la “nazione”.
A questo proposito subentra la cosiddetta “teoria elettiva”di Renan, che si avvicina di più alla nostra realtà, perché si rifiuta di considerare l’appartenenza alla nazione come un fatto indipendente dalla volontà umana.
Il comportamento nazionale si fonda sul concetto di fedeltà secondo Hans Kohn, il quale afferma che l’aspetto tipico del comportamento nazionale non consiste nell’aspetto linguistico, culturale, tradizionale di ciò che si prende in considerazione, ma nella fedeltà alla nazione stessa giustificata da una supposta comunità. Inoltre Kohn, per illustrare i radicali cambiamenti provocati dalla formazione delle nazioni, aveva distinto due forme di nazionalità: quella “naturale”cioè quella che è naturale nell’uomo come la tendenza o la preferenza per la propria lingua; e quella “artificiale”nella quale troviamo gli stessi elementi ma estesi ad un territorio e a una popolazione di dimensioni molto ampie.
Sull’aspetto oggettivo del comportamento nazionale interviene Shafer studiando il processo di unificazione dei componenti umani, di dipendenza politica, linguistici e religiosi interni agli stati. Mentre Shafer qualifica questi comportamenti come “nazionali”, il federalista Albertini sottolinea che si tratta processi distinti. Egli infatti utilizza l’espressione “premesse del nazionalismo” per definire lo sviluppo di comportamenti unificati su vasti territori estesi quanto le nazioni e il loro collegamento con lo stato. Uno dei tanti eventi che ha contribuito alla definizione dei significati e dei valori della coscienza contemporanea è stata la rivoluzione francese, provocando la caduta dell’ancien régime e l’affermazione degli Stati Nazionali. Durante il periodo dell’ancien regime la concezione dello stato era ben diversa; infatti si trattava di uno stato caratterizzato da una struttura accentrata: la sovranità apparteneva al monarca assoluto, da cui dipendevano non solo i territori, ma anche i sudditi stessi dei quali si poteva servire come e quando voleva. Il principio nazionale, sul piano interno lottava per dare ai popoli coscienza delle loro azioni e unità attraverso l’attribuzione degli stessi diritti democratici a tutti gli individui,che  acquistavano così la capacità di partecipare alla vita politica dello stato. Sul piano internazionale, invece, il principio di autodeterminazione dei popoli permette di realizzare l’indipendenza nazionale e di fondare la politica estera dello stato. La definizione di nazione di Albertini ci permette di individuare la natura del comportamento nazionale ossia il comportamento di fedeltà, e di distinguere il gruppo statale (individui che hanno requisiti giuridici della cittadinanza di uno stato) dal gruppo nazionale (individui che credono nella nazione).


Federica Paiano, Puzzle di regioni. Una simulazione di dialogo. 

Ho voluto simulare un dialogo tra E. Renan e David F. Strauss  prendendo come modello il dialogo platonico. L'argomento in discussione è l'idea di nazione, dalla sua nascita alla teoria elettiva,concludendo con il riconoscimento dei limiti della stessa.

E. Renan: Considera, Strauss, l'idea di nazione, quell' idea che è nata con la Rivoluzione francese del 1789, quell'idea che è stata oggetto di riflessione per numerosi storici e filosofi. Pensa, dunque, a tale idea: non sembra essa essere, in apparenza, chiara?

D. F. Strauss: A me pare di sì.

E.Renan: Ma lo è solo in apparenza. Il concetto di nazione, infatti, non ha ancora trovato una definizione soddisfacente e completa che includa tutti i fattori che lo determinano. In relazione a questa mancanza di una definizione precisa, non è facile ad essere gravemente fraintesa?

D. F. Strauss: E' come dici tu, Renan.

E. Renan: Tuttavia si utilizza frequentemente il concetto di nazione e si sa perfettamente a cosa ci si riferisce. Spesso, erroneamente, si suole considerare la nazione fondata sulla cosiddetta "teoria naturale" e quindi su fattori quali la razza, la lingua e la religione. Pensa, però, alla Francia del 1789: un territorio niente affatto unitario, un vero e proprio puzzle di regioni con differenti sistemi giuridici e differenti lingue, unite solo dalla religione in seguito all'affermazione del principio "cuius regio eius et religio". In questo quadro storico come può nascere l'idea d'appartenenza alla nazione fondata su quella teoria naturale che esalta la razza, la lingua come fattori costituenti della stessa?

D. F.Strauss: E' molto difficile che maturi questo senso di appartenenza.

E. Renan: Trascurando e superando la teoria naturale, sostengo che la teoria elettiva o volontaristica, invece, pone le basi di un senso d'appartenenza comune in quanto riconosce la volontà dei cittadini e, conseguentemente, il diritto all'autodeterminazione di popoli.

D. F.Strauss: Deve essere necessariamente così.

E.Renan: Bisogna però ammettere che anche questa teoria elettiva presenta dei limiti. In Francia, molte regioni periferiche non riescono ad identificarsi con la nazione e cercano di conservare una certa autonomia dal potere centrale - Parigi, nel caso della Francia.

D. F.Strauss: E quali regioni, discostandosi dalla teoria elettiva non si identificano con la nazione francese?

E.Renan: Storica è la questione dell' Alsazia e della Lorena, regioni da sempre contese tra la potenza prussiana e quella francese ed è il caso anche di quelle regioni periferiche annesse relativamente tardi alla Francia rispetto alla formazione della nazione che vogliono mantenersi indipendenti.


Ludovica Bruno, L’idea di nazione: dalla nascita al suo declino.

La definizione certa del concetto di nazione richiede un’analisi generale.
     
In primo luogo appare un paragone tra la nazionalità spontanea, che sottolinea il profondo legame esistente tra l’uomo e il suo luogo natio, e la nazionalità artificiale, che al contrario, essendo estranea e sconosciuta all’individuo, gli impone di conoscerla ed esplorarla. 
     
Risulta fondamentale inoltre la differenza tra nazione e stato: la prima distingue il gruppo nazionale animato dalla coscienza nazionale; il secondo comprende il gruppo statale composto da individui che hanno la cittadinanza di uno Stato. Quest’ultimo costituisce la causa dell’esistenza della coscienza nazionale, che molto spesso viene definita falsa coscienza perché l’azione umana è fortemente condizionata dalla società.
     
Strettamente collegato al concetto di nazione è il nazionalismo, ovvero quel sentimento presente in ogni uomo che lo porta a difendere la propria nazione, creando di conseguenza dei confini ben definiti con gli altri Stati. Il nazionalismo è un’ideologia che, da un lato, pone alla base l’unità e l’indipendenza nazionale, dall’altro, ha come obiettivo la creazione di uno Stato burocratico, unitario e accentrato. Questo concetto ci riconduce al significato di egemonia e di ragion di Stato: il nazionalismo, se elevato all’ennesima potenza, spinge uno Stato a prevalere sull’altro, danneggiandolo. A questo punto emerge la necessità di affermare l’uguaglianza tra le nazioni. È un obiettivo difficile da raggiungere, quasi utopico: nell’ambito della politica estera, gli Stati raggiungono l’indipendenza e di conseguenza un coordinamento di azioni, ma non un’uguaglianza  politica.
 

Quali sono i caratteri fondamentali di una nazione? 
    
La teoria naturale e la teoria elettiva dettano dei parametri che permettono di identificarla: la prima attraverso la determinazione della razza, della lingua e della religione (elementi non abbastanza oggettivi); la seconda, attraverso l’estensione territoriale che include un raggruppamento di uomini che non risentono dell’influenza del potere politico. Entrambe risultano essere non sufficientemente utili e soddisfacenti.
    
Esiste poi una scala di valori che regolano il comportamento nazionale di ciascun individuo: al vertice è situata la fedeltà; è necessario infatti che l’uomo non sottovaluti il piano politico e si affidi completamente alla propria nazione, riconoscendone l’entità politica. 
    
A partire dalla Rivoluzione francese il popolo riveste ormai un ruolo preminente nello Stato; ciò è dimostrato soprattutto dal principio di legittimità, protagonista di un lungo processo avvenuto a distanza di pochi secoli; inizialmente affondava le sue radici nel diritto divino, successivamente si evidenziano la democrazia e il nazionalismo, due principi fondamentali che gettano le basi al nuovo concetto di Stato che vede la sovranità popolare al vertice di tutti i poteri.
 

Il nazionalismo conosce un lungo periodo di sviluppo, soprattutto a partire dalla Rivoluzione francese; ricostruendo le sue tappe fondamentali, si giunge necessariamente a prendere come esempio la Germania; a partire dalla sua unificazione, comincia a sentirsi sempre di più la necessità di garantire il pieno sviluppo economico e la completa affermazione del potere politico all’ interno del Paese; si sviluppano così i concetti di protezionismo, che la portano in contrasto con la Gran Bretagna, e di imperialismo, che inizia con l’affermazione della propria egemonia sulle colonie e si conclude con l’imposizione della propria autorità in tutta Europa. Dopo la prima guerra mondiale, si verifica una strana situazione all’interno degli Stati: le ideologie liberali, democratiche e socialiste già esistenti, non riescono ad imporsi al principio nazionale; addirittura si piegano completamente alle esigenze dello Stato, sacrificando i loro valori e i loro stessi principi.
     
Con il nazionalismo conosciamo una fase della storia in cui i governi pretendono di penetrare completamente nella vita dei singoli individui; quando però questa pretesa si eleva alla massima potenza, si sviluppa una fase degenerativa del principio nazionale: il nazi-fascismo, protagonista della seconda guerra mondiale; dal punto di vista sociale, economico e politico non vi è più un equilibrio: i movimenti democratici, liberali e socialisti sono quasi soffocati e l’unica soluzione a tutto ciò era rappresentata dal fatto di poter contrastare la degenerazione del nazionalismo.
 

A partire dalla seconda guerra mondiale, sono percepiti i primi sintomi del successivo declino del nazionalismo e, di conseguenza, dello Stato nazionale. Le cause della crisi che portano le vecchie istituzioni ad essere orientate verso il sistema federale, accompagnato da una forte globalizzazione, sono principalmente tre: la rivoluzione industriale e scientifica amplia il sistema produttivo creando un mercato mondiale; comincia a sentirsi la necessità di una collaborazione tra Stati a livello continentale (Prima e Seconda guerra mondiale); infine, gli interessi economici e territoriali che accomunano individui e società e, di conseguenza, l’allargamento dei rapporti internazionali possono essere considerate le fondamenta della persistente unificazione europea. Sicuramente le grandi potenze mondiali, tra cui gli Stati Uniti, ne traggono molti vantaggi e per questo non hanno nessuna intenzione di abbassare la guardia al nazionalismo, il quale, tramutatosi in principio di autodeterminazione, si è affermato nei Paesi dell’Est e cerca di corrompere i continenti, senza trarne però dei risultati soddisfacenti. Questa è la prova che ormai la Federazione mondiale è alle porte. 


Ludovica Bruno, Il principio nazionale e i valori dell'umanità.  

 Analizzando il documento “La natura dello Stato Nazionale e le cause del suo declino” del prof. Lucio Levi, mi sono soffermata sul paragrafo 16 “Cenni sull’evoluzione storica del nazionalismo fino alla seconda guerra mondiale” e ho approfondito il concetto dell’umanità, il suo valore e il posto che dovrebbe occupare all’interno dello Stato Nazionale, facendo riferimento ad una particolare espressione del poeta e drammaturgo tedesco Johann Wolfgang Goethe.                      

La Rivoluzione francese ha permesso la diffusione di un nuovo concetto di Nazione che giungendo anche in Germania, sconvolge l’intero continente europeo. Il territorio tedesco, subite le ripercussioni dei lunghi conflitti avvenuti in Francia, si arma per raggiungere una definitiva unificazione nazionale. Anche se precedentemente erano molti gli ostacoli che impedivano il raggiungimento di questo obiettivo, tutti i problemi sul piano sia internazionale che nazionale non vengono definitivamente eliminati ma semplicemente accantonati. In questo periodo di importanza cruciale per la Germania, vengono affermati concetti molto importanti su base internazionale: oltre al nazionalismo, ovvero quel sentimento che porta gli uomini ad essere fedeli al proprio Stato nazionale e creare dei confini, vi è il protezionismo, fondamentale in campo economico. Vengono create, pertanto, delle vere e proprie barriere che spezzano completamente quei forti legami che tenevano unito il mercato mondiale; esisteva sempre una potenza che prevaleva su tutte le altre anche in campo economico; la storia infatti ci riporta subito alla Gran Bretagna che acquistò sempre più prestigio grazie alla conquista e al successivo sfruttamento delle colonie. Dall’altro lato troviamo il principio nazionale; aver fede in questo concetto, portare avanti questa ideologia pone l’individuo in una posizione subordinata rispetto alla nazione. Per affermare questo principio, infatti, risulta necessario sopprimerne e sacrificarne altri che, al contrario, sono più importanti e indispensabili per poter garantire una pace interna.

Uno Stato che vuole prevalere su un altro non pone particolare attenzione ai bisogni della società, allo sviluppo della vita culturale e alle esigenze individuali; pur rendendosi conto di poter creare un disordine interno, molte volte prosegue per la sua strada, costringendo così il popolo a “ribellarsi”; se però gli individui decidono di affiancarlo nel gioco, automaticamente si vedranno privati dei loro valori: andranno così a scemare i valori dell’intera umanità, i valori universali e quelli dell’individuo stesso.

 Al di sopra delle nazioni c’è l’umanità”: così Goethe rende esplicito questo concetto; egli, “monumento vivente” della cultura tedesca, visse da vicino questi avvenimenti anche se da molti venne accusato di dilettantismo morale per la sua mancanza di ideali profondi, a causa del suo carattere antipolitico, malgrado facesse parte della realtà borghese; egli infatti, ostile ai movimenti rivoluzionari, si allontanò da tutto ciò che portava la società ad essere priva dei suoi privilegi. Goethe si contrapponeva senza indugio a qualsiasi forma di legge razionale che venisse imposta dall’alto; egli infatti spiegava che la legge scaturisce dalla profondità della cultura di un popolo e dalla terra in cui vive. Proprio perché la considerava come espressione della società e degli animi degli individui, risultava impossibile un potere accentratore; per questo motivo manifestava una profonda ostilità nei confronti delle monarchie illuminate. Notiamo quindi che Goethe abbandona il concetto di uomo prometeico che fece suo nel periodo della giovinezza: le numerose esperienze lo portarono a toccare con mano la saggezza; non più l’uomo (Prometeo) che sfida gli dei e si ostina a misurarsi con loro, ma l’uomo che si autolimita, che giunge ad una maturazione; lontano quindi dal sentimento di ribellione, conferma la sua raggiunta moderazione, considerando l’eccesso come una malattia.

Il primo obiettivo che dovrebbe avere uno Stato quindi è quello di garantire un benessere comune, senza privarsi delle lotte o delle competizioni che lo impegnano con altri Stati, prescindendo dal fatto che siano confinanti o meno;  il confronto garantisce la crescita di una nazione, il suo rafforzamento o, suo malgrado, anche il crollo. Ciò non toglie però che il popolo o, più specificatamente, i suoi cittadini debbano essere messi al primo posto.. la sua forza non è data solo dalle risorse territoriali, dalle imprese manifatturiere, dal commercio, dall’efficienza dell’esercito di cui dispone o dal capitale; a volte sfugge che tutto ciò sia garantito dagli individui che compongono la nazione, che costituiscono la società ricca di principi, diritti e doveri; spesso e volentieri ci si dimentica del concetto di compattezza di uno Stato, che non è dato solo ed esclusivamente dallo Stato come istituzione, ma dallo Stato come specchio dell’umanità.


                                                                         

Sarah Sanzò, Uguaglianza Fraternità Libertà


Il termine Nazione dal latino ”natio” che, deriva a sua volta, dal verbo nascere (collegato all’idea di nascita), venne utilizzato per la prima volta in età medievale. Solo nell’età romantica ha assunto l’attuale significato di collettività umana unita dalla coscienza dei suoi membri di avere in comune origine, lingua, razza, territorio e destino storico. Il termine indicava, quindi, un “comune sentire”. Nessuno Stato esistente, però, corrisponde esattamente a questa definizione. Basti pensare alla Svizzera, ad esempio, dove non esiste una lingua comune o alla stessa Italia dove vi sono numerose differenze regionali frutto di tradizioni diverse. Se la nazione è considerata una realtà ideale, come è nata, allora, questa idea? Per rispondere a questa domanda bisogna soffermarsi e porre in relazione l’eredità culturale della rivoluzione francese e la diffusione della rivoluzione industriale.
Nel corso dell’Ottocento i valori di uguaglianza, fraternità e libertà concorsero a fondare l’idea di nazione.
Uguaglianza - secondo i rivoluzionari francesi il fondamento della sovranità era costituito dalla volontà del popolo, cioè di tutti i cittadini in quanto uguali tra di loro. Si parla ora di volontà generale della nazione. Rimane, però, il problema del territorio, cioè ci si chiede su quali territori si estenderà la nazione e quali cittadini ne faranno parte. Secondo gli Illuministi un insieme di persone diventava popolo stipulando un contratto (contratto sociale). Secondo i filosofi romantici, invece, la nazione era un prodotto della Storia: appartenevano ad una stessa nazione i territori e le persone accomunate dalla Storia; i segni fondamentali di questa comunanza erano costituiti dalla lingua, dalla cultura e dalle tradizioni comuni.
Fraternità - La Rivoluzione francese e poi le armate di Napoleone avevano diffuso in tutta Europa il principio della fratellanza cosmopolita. Presto, però, fu evidente che, per Napoleone, quel principio nascondeva solo le pretese egemoniche della Francia. La fraternità venne così ristretta a una dimensione nazionale.
Libertà - La rivoluzione francese proclamò i diritti dei cittadini. Presto, però, apparve chiaro che la libertà non poteva essere solo individuale. Bisognava liberarsi sia dal potere assoluto del sovrano sia da quello delle armate straniere. Il clima romantico favorì questa aspirazione, facendo sentire “fratelli” coloro che vivevano la stessa oppressione e che decisero di lottare insieme non solo per la libertà individuale ma anche collettiva.
Non sempre, però, quando una collettività si riconosce come nazione riesce a dar luogo ad uno Stato. Nell’Ottocento coloro che si sentivano idealmente “fratelli” lottarono per dar vita ad uno Stato e a volte ci riuscirono, ma non sempre. La formazione di uno Stato, infatti, non dipende solo dall’esistenza di una coscienza nazionale - idea, nata nell’Ottocento, capace di superare le tradizioni locali e capace di unificare un popolo; contemporaneamente si diffuse anche il principio rivoluzionario che vedeva nel popolo il fondamento della sovranità dello Stato -. È sempre legata al concreto sviluppo dello scontro politico e, in genere, alla forza delle armi. Attualmente gli Stati nazionali ospitano minoranze etniche e antichi popoli vivono in più Stati.
Anche la rivoluzione industriale favorì l’affermazione dello Stato nazionale. La sua diffusione, infatti, implicava l’esistenza di mercati sufficientemente vasti. Non può, infatti, esserci sviluppo industriale se le merci non sono libere di circolare o se le strade, asfaltate o ferrate, non importa, sono continuamente interrotte anche da gabelle. L’idea nazionale, quindi, ben si associava all’esigenza borghese di libera imprenditorialità individuale, nell’ambito di una più ampia libertà entro i confini della nazione.

 


Ludovica Bruno, La Rivoluzione Francese e il concetto di nazione

                 

14 Luglio 1789. Scoppia la Rivoluzione Francese. La Francia è in subbuglio.
Ci chiediamo
: è giusto considerarlo come un avvenimento storico che, oltre alle conseguenze negative, ha posto le basi ad un concetto netto e profondo di nazione?
Le affermazioni del prof. Della Peruta e del prof. Levi sono una risposta a questa domanda. Entrambi, analizzando il problema, mettono in evidenza elementi diversi che ricoprono una certa importanza. A partire dal 1789 in Francia si hanno cambiamenti drastici che segnano la storia; le lotte, i conflitti, le soppressioni e in particolar modo la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino dell’agosto risultano avere un solo obiettivo: il popolo vuole difendere la propria identità ed affermarla all’interno dello Stato. È molto difficile raggiungere questo scopo. È una strada tortuosa, ma nonostante tutto giungono al traguardo: la nazione si identifica con il popolo e a quest’ultimo é attribuita la cittadinanza politica e, molto importante, la sovranità.

In cosa consiste?

L’individuo che fa parte di uno Stato riveste un ruolo non più marginale e per di più gli vengono riconosciuti diritti e doveri che gli permettono di essere attivo anche in ambito politico. Fondamentali sono anche le caratteristiche del principio nazionale che va consolidandosi; osserviamo che il passaggio dalla monarchia allo Stato nazionale è stato drastico: nel primo caso il volere del re si identificava con quello dello Stato e la sua ricchezza non era solo costituita da immensi possedimenti ma anche e soprattutto da un gran numero di sudditi.
Ecco qui che interviene la Rivoluzione ribaltando la situazione; il prof. Levi, accennando l’argomento trattato dal prof. Della Peruta, evidenzia maggiormente quelli che sono i caratteri alla base di questo nuovo concetto di Stato: nazionalismo e democrazia.
Ecco qui che nascono dei principi ormai necessari: da un lato l’uguaglianza e la libertà che garantiscono un ordine interno; dall’altro, come viene accennato nel documento del prof. Della Peruta, l’indipendenza nazionale che stabilisce dei confini e determina il rispetto dei popoli attraverso il riconoscimento dei diritti e del territorio. Notiamo infatti che nel corso della storia il popolo ha sempre preteso il rispetto della propria identità, in particolar modo nel periodo in cui Napoleone voleva imporre la sua egemonia su tutta l’Europa.
Il grande passo è avvenuto; non esiste più lo Stato autoritario che appartiene ai patrizi e agli aristocratici ma solo quello Stato in cui ogni individuo si identifica. Quello Stato in cui il popolo non è più un semplice insieme di sudditi ma un gruppo numeroso di cittadini che possono vantare diritti e assumere determinati doveri.


 

Melissa Piccinno, Può la rivoluzione modificare la nazione? 

In riferimento ai due documenti "La natura dello Stato Nazionale e le cause del suo declino" di Lucio Levi e "Il concetto francese di Nazione e le sue ripercussioni politico- culturali in Europa dopo il 1945" di Françoise Manfrass-Sirjacques.


La Rivoluzione francese è quel movimento politico che, iniziato nel 1789, pose fine al cosiddetto "Antico Regime". E' proprio a questo periodo che si fa risalire il concetto di Nazione come l'affermazione di una nuova coscienza popolare contro l'autorità del sovrano. Il popolo, o per lo meno parte di esso, costituì la massa di manovra abilmente maneggiata dalla borghesia (il cosiddetto Terzo Stato), che fu la principale, se non l'unica, beneficiaria della Rivoluzione francese. Già pronto da tempo ad accedere alle cariche politiche, militari, diplomatiche, finanziarie e amministrative, il Terzo Stato, dopo la Rivoluzione, si trovò ad essere la spina dorsale del Paese e consolidò poi questa presa di possesso durante l'impero, che vide il formarsi di una nuova nobiltà, geniale creazione dell'imperatore Napoleone I. Durante la rivoluzione assunsero un particolare valore tre importanti parole: liberté, egalité, fraternité. Parole che susciteranno nella popolazione un profondo senso di appartenenza a quella Nazione unita con una capitale, una bandiera e dei confini segnati. Ed è proprio questo, con la "volontà di vivere insieme" di Renan, che consente di avere la cittadinanza, ossia la prerogativa delle persone che dipendono permanentemente da un determinato Stato di cui costituiscono un elemento fondamentale. Al sorgere degli Stati nazionali, la cittadinanza si fondò sul concetto di nazionalità. Nell'età moderna si andava realizzando la coincidenza tra Nazione e Stato, mediante la costituzione di uno Stato nazionale, quasi ovunque a struttura monarchica, che assunse, nei secoli XVI e XVIII il profilo di Stato assoluto. Grazie però alle diverse trasformazioni, riforme politiche, sociali ed economiche, si sono poste le premesse dello Stato costituzionale, regolato da una norma costituzionale e imperniato sul principio della divisione dei poteri. Una tendenza del XX secolo, resa più viva dalle tragiche esperienze di due guerre mondiali, è il superamento dello Stato Nazionale con l'istituzione di comunità supernazionali o sovranazionali, cui i singoli stati cedono alcune delle proprie prerogative sovrane. L'affermarsi del problema sociale come fattore al centro dell'esistenza della collettività ha modificato il concetto e i compiti dello Stato, un tempo limitati alla difesa militare verso l'esterno e alla tutela dell'ordine interno. La dottrina liberale ha continuato a pretendere di circoscrivere l'azione dello Stato ai compiti essenziali, al 
fine anche di garantire al cittadino le più ampie libertà.


 

Benedetta Fedele,  Nazioni e appartenenza

Il prof. Lucio Levi e la prof.ssa François Manfrass-Sirjacques si soffermano sul tema della nazione, sottolineando l’ evoluzione della concezione in seguito alla Rivoluzione francese.
Ho analizzato questo aspetto, che, a mio parere, non è affatto concluso.


La Rivoluzione francese del 1789, come rilevano gli studi di Levi e Manfrass-Sirjacques, ha contribuito più di ogni altro evento, a dare al concetto di nazione una più appropriata definizione valida ancora oggi. Questo periodo, in Levi, segna il passaggio dall’ ancien régime agli Stati nazionali, e di conseguenza da un principio di legittimità dinastico per volontà divina ad un altro basato sulla volontà popolare, il principio democratico ed il principio nazionale. La democrazia è un principio di legittimità che si fonda sull’ uguaglianza politica e si incarna nelle istituzioni dei singoli Stati; il nazionalismo invece ha il fine di giustificare l’ esistenza di comunità politiche distinte. A differenza dell’ autorità monarchica, nella quale interessi di Stato e sovrano coincidevano tra loro, ora col principio nazionale si afferma lo Stato popolare, dove sovrano è il popolo stesso. 
La sovranità popolare ispirò poi la Rivoluzione francese: in essa, come afferma Manfrass-Sirjacques, sono, infatti, racchiusi i tre principi ancora oggi emblema della Francia, ossia liberté, égalité, fraternité che, insieme al principio di democrazia, stanno a fondamento della nazione intesa come comunità di volontà politica. Affermando ciò, il concetto di nazione appare come un concetto volontaristico nel senso che tutta la comunità è consapevole e convinta di appartenere alla nazione, e con questo riconoscimento della volontà è possibile costruire in una società le fondamenta dell’ appartenenza comune, che difficilmente avrebbero origine, come si pensava in principio, da altri elementi quali lingua, cultura, discendenza, poiché negli anni successivi la Francia inglobò nel suo territorio ancora diverse regioni. Anche Levi si esprime a riguardo, riferendosi al terzo principio – la fraternité. Su tale principio si fonda l’ idea di nazione, l’ idea dell’ appartenenza ad uno Stato. 
Le classi dirigenti vogliono imporre ai cittadini una lingua, una cultura e tradizioni comuni, col fine, quindi, di non attribuire più questo senso di attaccamento verso la comunità naturale direttamente ai cittadini, com’ è stato da sempre, ma di trasferirlo nelle mani dello Stato, come se fosse quest’ ultimo ad imporlo. Secondo Levi, dunque, i governi e il mondo della cultura, da un lato affermano con i valori del cristianesimo, del rispetto per il prossimo, della solidarietà tra gli individui, e dall’ altro si smentiscono con l’ esortare gli uomini a tenersi pronti a uccidere e morire per la patria. Una piccola, sana dose di patriottismo. Come affermato da Manfrass-Sirjacques, a questo aspetto non devono essere associati solo diritti per il cittadino, ma anche, e forse soprattutto, doveri, tra cui il servizio militare, il quale sta a simboleggiare proprio la difesa dei diritti democratici e della cittadinanza, nonché l’autoaffermazione della sovranità nazionale.
E dunque, “Qu’est-ce qu’une nation?”
“La nazione è un’ anima, un principio spirituale,la volontà di vivere insieme”.

 


Chiara Stefani, A favore di Giuseppe Mazzini...

Dopo aver letto accuratamente i due documenti “ Nascita e declino dell’identità nazionale” del prof. Franco Della Peruta e “ La natura dello Stato nazionale e le cause del suo declino” del prof. Lucio Levi si rileva la necessità di soffermarsi su alcuni aspetti:

1)   La nazione “ missione” di Mazzini in 'Della Peruta'

2)   Stato nazionale e nazionalismo in 'Levi' 

Partendo dal significato generale di nazione, come sottolinea l’analisi del prof. F. Della Peruta, essa è un raggruppamento di persone che hanno in comune la lingua, la cultura e, normalmente, l’etnia. Nel corso della storia l’idea di nazione ha assunto grande rilievo politico e culturale e molti uomini politici e non si sono occupati di questo aspetto. Primo fra tutti Giuseppe Mazzini considerato come il principale esponente della lotta per la creazione di un’Europa fatta di nazioni autonome. Mazzini nei vari punti del suo programma per dare vita alla Giovine Italia aveva già inserito la nazione, che poi è uno dei principi alla base di tutta la sua azione. L’idea di nazione ebbe un posto fondamentale nel pensiero di Mazzini: intesa come entità culturale e spirituale, prima ancora che etnica e territoriale, la nazione era la cellula fondamentale attraverso la quale realizzare il sogno di un’umanità libera e solidale. La nazione per Mazzini non era fondata su connotati come la lingua, la tradizione, che secondo lui erano solo gli “indizi”, bensì sulla “coscienza” dell’identità nazionale. Per lui, infatti, la nazione era strettamente connessa all’umanità ed era quindi uno strumento per realizzare una generale concordia e un sincero affratellamento fra i popoli.

Mazzini sosteneva che ogni popolo ha avuto una missione da Dio e a questo proposito affermava: “ l’insieme di tutte quelle missioni compiute in bella armonia per il bene comune,rappresenterà un giorno la patria per tutti”.

Con Mazzini l’idea dell’unificazione dell’Italia, prima patrimonio di pochi letterati, divenne sentimento politico diffuso. Secondo la sua impostazione l’Italia doveva  rendersi unita, indipendente e repubblicana, perciò il compito della Giovine Italia era quello di educare alla gestione della cosa pubblica, ad essere buoni cittadini e non era perciò esclusivamente uno strumento di organizzazione rivoluzionaria.

Strettamente connesso con questo aspetto è il nazionalismo,di cui Mazzini è considerato l’antesignano. Il nazionalismo è quella dottrina o “ideologia unificatrice”, 'come la chiama ' il prof. Lucio Levi, che esalta e colloca al primo posto l’idea di nazione considerando come valori supremi la sua unità e indipendenza. Il nazionalismo si diffuse in tutta l’Europa grazie alla Rivoluzione francese e all’impero napoleonico le cui conquiste finirono col rafforzare le idee e i sentimenti del nazionalismo che nel 1815 si presentava come una forza molto vitale, soprattutto in Germania e in Italia. Nel corso della storia il nazionalismo perse il suo significato liberale assumendo caratteri sempre più reazionari, sino a sfociare poi nel fascismo in Italia e nel nazismo in Germania dove per nazionalismo si intendeva l’unione di tutti i tedeschi in una grande Germania e l’allontanamento dal Reich di tutti quegli individui estranei, principalmente gli Ebrei.

Per lungo tempo Mazzini non è stato visto di buon occhio, ma i fatti oggi dimostrano il contrario, difatti, le sue idee sono risultate vittoriose visto che l’Italia è finalmente una Repubblicana (dopo la seconda guerra mondiale), il 'comunismo è crollato', l’Europa si avvia a diventare una confederazione includendo anche i paesi dell’Est europeo, pertanto perché non considerare Giuseppe Mazzini simbolo dell’Italia?


Melissa Piccinno, Nazione, intuizione pura

Comunemente sinonimo di Stato, per Nazione propriamente si intende una comunità di persone individuate da lingua, razza, religione, storia e tradizioni comuni e con la coscienza di costituire un'unità etico-sociale. Quest'ultimo elemento è certamente il più importante e spiega come possano esistere Nazioni anche fra individui con profonde differenze linguistiche (come in Svizzera) o religiose (come in Germania). Il concetto di Nazione è relativamente recente e, nel senso definito si fa risalire alla Rivoluzione Francese, come l'affermazione di una coscienza popolare contro l'autorità assoluta del sovrano. Si differenzia dal popolo perché questo tecnicamente indica il complesso di persone, che in base al diritto di uno Stato risultano essere cittadini del medesimo e, d'altro canto, si distingue dallo Stato, perché questo indica l'organismo politico, nella sua struttura di carattere positivo. E' da notare come nell'età moderna si sia andata realizzando la coincidenza tra Nazione e Stato, mediante la costituzione di uno Stato Nazionale.
Invece per "Nazionalismo" si intende quel movimento che ha per scopo l'esaltazione e il potenziamento della nazione, per mezzo dell'espansione coloniale, la diffusione e l'imposizione all'estero del patrimonio culturale e spirituale nazionale. Le prime manifestazioni del Nazionalismo si ebbero in seguito al Congresso di Berlino (1878); la corrente fu comune a tutta l'Europa, assumendo però poi caratteri peculiari nei vari Paesi. Una configurazione politica la assunse per la prima volta la Francia ad opera di M. Barrès; dal 1901 in Nazionalismo francese divenne monarchico. In Italia, l'iniziatore del Nazionalismo fu E. Corradini; programma del movimento era il rafforzamento dell'autorità statale come rimedio contro il particolarismo politico, e la guerra per l'affermazione del prestigio italiano.
Fino a buona parte del '700 il potere politico era generalmente concepito come connaturato alla società e viceversa. Gli uomini potevano vivere associati solo se guidati da un potere sovrano di origine divina. Non era infatti pensabile una società senza autorità politica; e d'altra parte il potere politico aveva senso solo per proteggere la società. Per questo era legittimo, per questo era voluto da Dio. Società e Stato erano quindi le due facce della stessa medaglia, e l'uno esisteva per l'altra. Con la fine del '700 e la fine dell'assolutismo, si iniziò ad ammettere che lo Stato e la società civile, come si cominciò a dire, rappresentassero due entità diverse. Da un lato, il primo, considerato come organizzazione autonoma del potere, composta da apparati professionali - esercito, polizia, magistratura, burocrazia - che agiscono in base alla loro rispettive competenze e in maniera relativamente indipendente. Dall'altro la società civile, costituita dai rapporti che si creano prima di tutto nel mondo del lavoro, ma anche in ogni altro ambito.
Mentre la nazione è un concetto carico di identità e passionalità, la società è semplicemente un vincolo associativo, un rapporto spontaneo determinato dalla convivenza, dagli interessi comuni, così come dai conflitti. Lo Stato ha il compito di arbitrare questi conflitti e di fornire le regole per queste relazioni spontanee. Nell'800 si affermano i concetti, di Nazione e di società civile, nella loro autonomia dallo Stato. Tuttavia, mentre in teoria la Nazione e la società sono cose diverse dallo Stato, in pratica proprio nell'800 lo Stato si avvia ad essere l'espressione di una Nazione, a far coincidere con essa i propri limiti geografici, a esserne la veste istituzionale e politica, fino alla tragedie del nazionalismo del XX secolo. Parallelamente si intreccia a poco a poco un rapporto molto stretto dello Stato con la società civile. Nei regimi liberali si riconosce il primato della società sullo Stato, cioè si lascia esprimere alla società il massimo di autonomia possibile, mentre invece nei regimi autoritari si impongono regole repressive, cioè si impedisce alla società di esprimere le proprie idee e aspirazioni.


Dalla sala stampa della IV B abbiamo ascoltato la relazione della professoressa Françoise Manfrass-Sirjacques “Il concetto francese di nazione e le sue ripercussioni politico-culturali in Europa dopo il 1945” e proponiamo le seguenti osservazioni e riflessioni.

Chiara Stefani, Nazione e rivoluzione

La rivoluzione francese del 1789 costituisce una tappa fondamentale del lungo processo di metamorfosi del concetto di nazione. La rivoluzione ha dato vita, infatti, al concetto moderno di nazione.Con essa termini come nazione, nazionalità, nazionalismo assumono grande importanza tanto che sono giunti “intatti” fino a noi. La nazione diventa un principio di riferimento, il fulcro intorno al quale ruota ogni decisione sia essa politica o religiosa. Il termine nazione che fino a questo momento aveva un significato generico, assume ora caratteri specifici raggiungendo l’apice con lo Stato nazionale, vale a dire quello stato che si avvale del potere per dare vita all’unità nazionale.Dall’equiparazione tra Stato, inteso appunto come stato nazionale, scaturisce il diritto di cittadinanza, in base al quale è considerato cittadino colui che è nato sul  territorio della nazione.Quasi sicuramente il concetto francese di nazione è uno strumento politico, ma è anche uno strumento di coesione nazionale. Esso è anche uno strumento di potere centralistico, che speriamo non porti al tramonto della nazione.                       

* * * * *

Federica Paglialunga, Élite e nazione

La storiografia dell’Ottocento e del Novecento è sempre dominata da un concetto di nazione di origine non puramente storica, ma di filosofia della storia. Da cento anni il mondo si è assuefatto a considerare la storia d’Europa come una storia di nazioni. Quel che in realtà è un programma, una velleità presente oppure proiettata nel futuro, viene spacciato come in dato di fatto del passato. In Europa la nazione quasi mai ha rappresentato l’elemento primario rispetto allo Stato. Più antico della nazione francese è lo Stato francese, fondato dalle monarchie nazionali, che hanno creato le condizioni preliminari attraverso l’unificazione giuridica economica e amministrativa da cui è derivato, non senza persistenti tensioni interne, il senso dell’identità nazionale dei loro sudditi. La dimensione nazionale era considerata quindi, solo uno degli aspetti della vita associata e gli uomini, prima ancora di sentirsi appartenenti ad una nazione, si sentono legati tra loro. Con la Rivoluzione francese, la nazione diventa il principio supremo di riferimento, che sostituisce la legittimazione religiosa del potere e giustifica qualsiasi decisione politica.
La nascita dello stato moderno, burocratico e accentrato, determina l’esigenza di sostenere con una struttura giuridico-politica la formazione dei mercati unici nazionali, proseguita da élite economiche e sociali che in condizioni non unitarie avrebbero stentato ad emergere; l’irruzione di nuovo ideologie, che postulavano la necessità della fusione dello Stato con la nazione, creano una combinazione esplosiva, che distrugge all’interno dei singoli stati le nazionalità spontanee solo parzialmente  nella realtà, ma del tutto nella conoscenza politica.     
                                                                       


Federica Palano, Sulle cause della nascita di una nazione.

Avendo preso parte alla Rassegna Telematica da voi realizzata, dopo aver letto ed analizzato il primo documento del Prof. Franco Della Peruta, ho ritenuto opportuno soffermarmi su alcuni aspetti a mio avviso interessanti riguardanti le diverse cause della nascita di una nazione. Per questo motivo, vi invio alcune mie riflessioni.

Dopo aver analizzato il documento del Prof. Della Peruta "Nascita e declino dell'identità nazionale", ho notato che i fattori costantemente evidenziati, fondanti la nascita della nazione, siano o di tipo naturale, come la razza, la lingua, la stirpe e le tradizioni, o la volontà popolare di riconoscersi in una entità spirituale, quindi il plebiscito popolare quotidiano sostenuto, in particolar modo, da Renan. Credo che entrambi questi fattori siano necessari, perché presi in considerazione singolarmente, probabilmente non sarebbero sufficienti alla nascita di una nazione. Nel corso dei secoli della nostra storia abbiamo avuto un esempio eclatante di lotta per l'identità nazionale: le guerre d'Indipendenza avvenute in Italia nel 1800 testimoniano il fatto che sia i fattori naturali ma anche la coscienza di una volontà popolare siano ugualmente importanti. In questo periodo infatti, i cittadini italiani pur essendo divisi in diversi stati, hanno comunque in comune un importante fattore naturale, e cioè il "suolo", tutti quindi si sentono italiani. Ma non si sarebbe giunti ad un'indipendenza senza la volontà di ogni singolo uomo di liberarsi dell'incombente potere straniero, ottenere la libertà ed avere appunto una propria ed unica identità nazionale. Ma non posso non soffermarmi su un particolare aspetto che rientra nelle cause di tipo naturale della formazione di una nazione: la razza. Questa è infatti una "sfaccettatura" che ha portato enormi conseguenze. Con i trattati di pace dopo la Prima Guerra Mondiale, si cerca di ristabilire un assetto globale tenendo in considerazione le varie nazionalità, ma la difficoltà che si incontrarono nel trovare sistemazioni sia politiche sia geografiche che coincidessero con stati e nazioni ha facilitato la nascita di rivendicazioni nazionalistiche da parte degli Stati sconfitti.

Tutto ciò si è fortemente sentito in Germania, provocando l'avvento al potere di Hitler, con il radicamento dell'idea della razza pura, presupposto della nazione, le conseguenti leggi razziali, e il consolidamento del regime nazista. Questa quindi può essere menzionata come una conseguenza negativa del sopravvento dei fattori naturali. Ma, ai nostri giorni, nel XXI secolo, si sta assistendo ad un fenomeno di globalizzazione e quindi vien spontaneo chiedersi se i fattori naturali e la volontà popolare abbiano ancora la stessa importanza, se si trovino ancora allo stesso livello, se non in Europa, nelle aree asiatiche e africane o nei territori periferici dell'ex Unione Sovietica, e nell'ex Iugoslavia. Probabilmente oggi la volontà popolare ha una grande importanza, in quanto non credo che la globalizzazione prenderà completamente il sopravvento sulle nazioni eliminandole del tutto, e se ciò non accadrà sarà perché vi è ancora un forte desiderio della popolazione di essere unita e di conservare una propria identità. Contestualmente è da notare come alcuni aspetti naturali, quali la lingua, abbiano già subito una forte influenza da parte dell'idea di integrazione mondiale dei valori culturali e (ahimè) economici.       


Marta Romano, Inghilterra versus Germania.

[Nell’elaborare le conoscenze relative alla tragedia dell’olocausto ci siamo avvalsi delle ricerche effettuate in relazione al concorso “Sulla Shoah è stato detto tutto e tutto resta da dire” (N.d.R.)]

Viene qui proposta un'intervista impossibile tra un docente di all'università di Berlino, David Klieveland (di origine tedesca) e il Führer Adolf  Hitler. Tutto ciò allo scopo di dare una risposta ai molti interrogativi a proposito del concetto d'identità nazionale messo in discussione dal Führer durante la Seconda Guerra Mondiale che ha dato origine all’Olocausto inflitto agli Ebrei. Questa intervista tratterà vari argomenti,per essere il più completi possibili. Verranno affrontati temi come il principio di equilibrio,le cause che portarono alla nascita della dittatura nazista,cos’è che la costrinse a mettersi da parte. Possiamo definirla come un dibattito tra l'Inghilterra (rappresentata dal professor Klieveland), da sempre considerata dai tedeschi una rivale a livello commerciale e navale,e la Germania (rappresentata dal Fuhrer). Il tutto sotto gli occhi della giornalista, Marta R.., che, seppur senza esprimere la propria posizione esplicitamente, fa ben comprendere quale sia il suo pensiero. La lingua utilizzata è l’inglese.

Marta R.: Spero che con questa intervista molti dubbi verranno chiariti. Innanzitutto vorrei cominciare col dire che, dopo vari studi e analisi,la sua condotta negli anni del Reich sia inammissibile.

Hitler: Ho fatto quello che consideravo giusto.

Klieveland: Lei crede?Sono morti sei milioni di Ebrei a causa sua,non può minimizzare il problema in questo modo.

Marta R.: Mi scusi se mi permetto, ma lei non è forse…un oscuro reduce austriaco? Forse…

Hitler: Le mie origini non contano, ho solo scelto di divenire il capo della potenza che in quel momento poteva adempiere meglio ai miei progetti di espansione. Gli ebrei erano soltanto dei "perdenti"; basti pensare alla continua schiavitù imposta al popolo ebraico nel corso della storia.

Klieveland: Perchè rinnegare le proprie origini, in fondo per lei la razza di appartenenza è stata così importante.

Marta R.: A proposito, ho qui un documento. Si tratta del "Manifesto della razza"pubblicato negli anni della Seconda  Guerra Mondiale. Queste in sintesi le idee principali: ognuno deve manifestare il proprio razzismo, gli Ebrei non possono far parte della Germania perchè non presentano i tratti tipici dei tedeschi. Cosa risponde?

Hitler: Far prevalere la Germania sulle altre potenze, questo era l'importante per me, anche a costo di sterminare un intero popolo. E in parte così è stato.

Klieveland: Risponda: perchè non ha pensato che gli ebrei potessero apportare ricchezza al suo paese, invece di scacciarli? Così ha commesso lo stesso errore di Luigi XIV (1685-Editto di Fontainebleau, N.d.R.) con la revoca dell’Editto di Nantes.

Hitler: Le ricordo che la Germania non ha mai avuto problemi finanziari, un motivo in più per liberarmene. Ognuno è disposto a tutto per il potere, e se prevalere sugli altri voleva dire uccidere non aveva importanza. Per il potere tutto è possibile.

Klieveland: E cosa mi dice riguardo allo"spazio vitale"che ha voluto ottenere a tutti i costi?

Marta R.: Infatti lei ha cercato il suo"spazio vitale"nel territorio degli Stati vicini,rendendo vano da quel momento in poi il principio di equilibrio che,sin dai tempi antichi e dopo la Rivoluzione francese e il Congresso di Vienna, era stato raggiunto dalle varie potenze con enorme fatica.

Hitler: Io ero l'unico a sapere cosa fosse giusto o sbagliato in quel momento. Mandare all'aria quel principio non era così rilavante come lei crede.

Marta R.: Adam Weishaupt, illuminista tedesco, diceva che il nazionalismo o l'amore nazionale avesse preso il posto dello amore generale, di conseguenza era diventata una virtù espandersi a spese di coloro che erano sotto il nostro dominio, per ottenere ciò, è ovvio sospettare, ingannare e offendere gli stranieri. Devo dedurre che lei si sia ispirato a queste sue riflessioni?

Hitler: Io non ho avuto bisogno di ispirarmi a nessuno perchè nessuno può imitarmi. Ero io a dettare legge in quel periodo, ci tengo a precisarlo.

Klieveland: Lei ha causato gravi danni e ripercussioni all'umanità intera,in contrapposizione a quanto affermava Goethe:"al di sopra delle nazioni c'è l'umanità".

Marta R.: Fortunatamente è riuscito solo a dividerla e non a distruggerla con la sua politica scorretta e immorale.

Hitler: Questione di punti di vista. A mio avviso la mia politica era inattaccabile.

Klieveland: La sua politica è stata così fragile tanto da essere riusciti a fermarla.

Marta R.: Anche se la Seconda Guerra Mondiale è scoppiata a causa sua,per non aver rispettato il patto sancito con la Polonia, lei ora non rappresenta più una minaccia.

Hitler: Signori, l'unico rammarico che ho è quello di non aver potuto dare ciò che si meritavano a tutti coloro che mi si sono rivoltati contro riuscendo ad ostacolare la mia opera. Tutto quanto è avvenuto per il bene della MIA AMATA NAZIONE, peccato che nessuno me ne abbia riconosciuto il merito.

 


 

Sara Guido,  Nazionalismi ieri e oggi.

Con il termine"nazione" si indica soprattutto una comunità di persone che condivide un territorio e un patrimonio culturale, storico, economico e linguistico. Il concetto di nazione non ha però un riferimento oggettivo; infatti, ciò che contraddistingue la nazione non sono tanto i confini linguistici o territoriali, quanto il senso di appartenenza soggettivo, che i membri sviluppano nei confronti di una tradizione e di una cultura. In questo senso la nazione non coincide automaticamente né con lo stato, ossia con la comunità politica, né con la lingua. Si parla pertanto di nazione africana, araba, europea, musulmana, cattolica, ecc., per indicare un insieme di individui accomunato da un'idea, una lingua, una religione, ma anche un progetto politico. Lo "stato" è un organismo politico complesso di carattere positivo.
Il "nazionalismo" è un'ideologia che esalta lo stato nazionale, considerato come ente indispensabile per la realizzazione delle aspirazioni sociali, economiche e culturali di un popolo. L'ideologia nazionalistica segue l'affermazione dell'idea di nazione.  Quest'ultimo termine dal XV secolo comincia a essere usato in riferimento allo stato. La rivoluzione francese viene unanimemente considerata uno dei punti di svolta nell'affermazione dell'idea di nazione come unità politica, spirituale e culturale, fondata non più sul potere assoluto del monarca, ma sulla sovranità popolare. Con la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino (1789), la nazione fu investita da un potere politico nuovo, in cui la sovranità, un tempo posseduta dal re, passava al popolo con il nome di "sovranità della nazione". L'idea di nazione divenne così una forza storica capace di mobilitare milioni di francesi per la difesa dei principi della rivoluzione.
In questa prima fase, sebbene l'appartenenza a una specifica nazione venisse esaltata e utilizzata come fattore di coesione per il popolo, il nazionalismo ebbe un carattere patriottico e cosmopolita e fu inteso come affermazione della sovranità popolare in un quadro di solidarietà e fratellanza tra i popoli. Il XIX secolo fu il periodo nel quale i movimenti nazionalisti acquistarono una fisionomia definita, anche se multiforme. La rivoluzione industriale, lo sviluppo economico e sociale, la comparsa di una classe media istruita e la nascita di letterature nazionali favorirono il diffondersi di idee nazionaliste. Nel corso dell'Ottocento il nazionalismo assunse un duplice aspetto: da un lato si identificò con i moti rivoluzionari del 1848, dando una voce alle istanze autonomistiche e democratiche di molti popoli; dall'altro il nazionalismo cominciò ad assumere tratti maggiormente aggressivi. L'accettazione del principio dell'autodeterminazione dei popoli si unì all'esaltazione della virtù e degli interessi nazionali a scapito dei diritti delle altre nazioni.
Il nazionalismo è tornato alla ribalta dello scenario politico mondiale. Oggi in molti paesi cospicue minoranze reclamano l'autonomia e l'indipendenza. Dopo il crollo dei regimi comunisti, nell'Europa dell'Est sono emerse forze separatiste e  nazionaliste che hanno portato alla dissoluzione dell'Unione Sovietica e della Jugoslavia, mentre le ispirazioni nazionali continuano ad alimentare il conflitto in diverse aree del mondo, come ad esempio nel Medio Oriente che presenta la questione palestinese.
 


 

Raffaele Paiano, Colonialismo e federazioni regionali nel Terzo mondo

 

Il nazionalismo, movimento politico e ideologico sviluppatosi in Europa sul finire del XIX secolo, ha avuto un’evoluzione che con il passare del tempo ha portato alla crisi dello Stato Nazionale, così rileva Lucio Levi.
Suddividendo in fasi il suo declino, possiamo renderci conto, che tutto quello che è avvenuto nel passato, ora lo stiamo vivendo giorno per giorno. Tutto questo ha inizio durante gli ultimi due decenni del XIX secolo; da quel momento, possiamo tracciare la prima fase. Questa vede come protagonisti i colonizzatori nella lotta per la spartizione delle colonie, una questione che, da un lato, ha messo in contatto le diverse parti del pianeta, ma dall’altro lato, ha operato molte devastazioni e, soprattutto, ha lasciato dietro di sé una scia di sottosviluppo e anche di sottomissione.
La seconda fase racchiude l’epoca delle guerre mondiali, nella quale si manifesta il bisogno d’unità dell’Europa, attraverso l’imperialismo tedesco e il superamento dei confini nazionali.
Un ruolo dominante nella sconfitta della Germania è stato esercitato dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica; quest’evento ci fa comprendere che l’Europa stava perdendo sempre più la propria indipendenza e non riusciva a trovare, senza l’intervento d’altre potenze, il proprio equilibrio.
Il panorama storico non era perciò dei migliori.
La terza fase è quella che ha avuto inizio nel 1945, e continua tuttora, in seguito all’unificazione europea, fatto di portata internazionale. Da questo squilibrio, si giunse al “tramonto del nazionalismo”, ma una nuova epoca storica cominciò, caratterizzata dalla nascita delle federazioni, come aveva in passato previsto Proudhon.
Si ricominciò, infatti, dalle lotte di liberazione nel Terzo Mondo, segno di un nuovo periodo di rinascita del nazionalismo, ma contemporaneamente venivano percepiti i limiti delle vie nazionali allo sviluppo e all'indipendenza politica.
A distanza d’anni, molte guerre e conflitti che oggi travolgono varie zone del nostro pianeta, hanno, tra le loro cause originarie, gli sconvolgimenti e le rivolte fra grandi e medie potenze.
Di sicuro, non tutta l’arretratezza e la miseria oggi in atto sono imputabili al colonialismo, ma a mio avviso, anche condizioni sfavorevoli hanno influito negativamente.
Ritornando alle lotte di liberazione nazionale, possiamo constatare che molte di esse hanno portato alla liquidazione degli imperi coloniali e alla nascita d’alcuni Stati autonomi nel Terzo Mondo.


 

Paola Luceri,  Nazione: fattori naturali o volontà popolare?

In seguito all’analisi della relazione del professore Franco Della Peruta “Nascita e declino dell’identità nazionale”, ho riflettuto su un aspetto che viene trattato approfonditamente nel documento, cioè l’identificazione della nazione secondo fattori naturali o piuttosto secondo la volontà popolare. Questo aspetto mi ha particolarmente coinvolta nella riflessione perché credo sia una questione ancora aperta , soprattutto in relazione alla globalizzazione, fenomeno del XX e XXI secolo, già intuito e preannunciato, nel XVIII secolo dall’inglese Adam Smith, che ne “La ricchezza delle nazioni” scrive:”Il sarto non cerca di farsi le scarpe, ma le compra dal calzolaio. Il calzolaio non cerca di farsi i vestiti, ma si serve da un sarto. […] Se un paese straniero ci può fornire una merce a minor prezzo di quanto ci costerebbe il fabbricarla, è meglio acquistarla […].” In questo passaggio Smith esalta il mercato su scala mondiale perché fonte di vantaggio. 


Paola Luceri, L'identità nazionale durante il secolo della globalizzazione.

Analizzando la relazione del professore Della Peruta “Nascita e declino dell’identità nazionale” si delinea un percorso storico dell’idea di nazione connessa a tutti gli eventi dei vari secoli.

In questo documento vengono posti in rilievo le differenti tendenze a identificare la nazione secondo o i fattori naturali (stirpe, razza, lingua, suolo) o piuttosto secondo fattori quali l’amor di patria, la volontà di riconoscersi come tale e il cosiddetto plebiscito quotidiano proposto da Ernest Renan. Queste diverse tendenze si sono alternate nel susseguirsi del tempo a seconda delle vicende storiche: Rousseau, seppur anteriore alla Rivoluzione Francese, crede che il carattere, il gusto e i costumi di un popolo siano alla base dell’amor di patria con le sue radici non sradicabili. Durante la Rivoluzione Francese i fattori naturali sono completamente messi da parte per dar spazio al concetto di nazione come espressione della volontà popolare. Al contrario lo Stato unitario in Germania, nei primi decenni del Novecento che porterà alla formazione del Terzo Reich, utilizzerà i fattori naturali di una nazione per giustificare l’istituzione delle leggi razziali. Questi sono dei chiari esempi che dimostrano la difficoltà nel delineare la vera essenza della nazione. Ma la questione che nella relazione viene posta in evidenza è l’effetto della globalizzazione sulla nazione. E’ innegabile che con l’integrazione si formi una sorta di cultura globale, ma come dimostra il caso dell’Unione Europea ciò non necessariamente influisce negativamente sull’amore patriottico, sui gusti e usi di un popolo.

Personalmente penso che proprio con questo esempio, il professore Della Peruta voglia dimostrare che il concetto di nazione supera la globalizzazione che nonostante introduca le società multinazionali, molto influenti sul mercato mondiale e renda possibile l’immediatezza della circolazione delle notizie, non può intaccare un’identità, quella nazionale, duramente conquistata e ottenuta dai vari popoli europei nel corso del tempo.


Federica Paiano, Affermazione della globalizzazione e non globalizzazione affermata

Dopo una lettura attenta e accurata del documento del Prof. Franco Della Peruta,"Nascita e declino dell' identità nazionale", mi è sembrato opportuno soffermarmi su uno degli ultimi aspetti trattati: la globalizzazione e la sua influenza sull' identità nazionale. Ho scelto questo argomento perchè ritengo la questione sia attuale e di particolare interesse: ci riguarda da vicino e ha rappresentato per me uno spunto di riflessioni e pensieri che ho voluto esporre in un breve testo. 

“La fine delle nazioni?” Questo il titolo assegnato all’ultimo paragrafo del documento di Della Peruta e la domanda è quanto mai attuale perché strettamente connessa al concetto di globalizzazione. Con questo termine si definisce il fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi di diverso tipo a livello mondiale a partire dalla fine del XX secolo e ci si riferisce principalmente ad aspetti economici, spesso trascurando quelli sociali, politici e culturali anch’essi implicati in questo processo.
E’ opportuno, anzitutto, precisare che l’autore, trattando questo argomento si esprime in termini di “tendenza alla globalizzazione”, ”affermarsi della globalizzazione”, “rischi nel fare previsioni per un futuro”, utilizza il condizionale come tempo verbale e quindi non sostiene che la globalizzazione sia completamente affermata; ci troviamo in una fase intermedia di questo processo, anche se il termine è ormai entrato a far parte del lessico comune, è largamente utilizzato dai mass media, oltre al fatto che si sta pian piano insediando nella coscienza dei popoli che vedono nella globalizzazione un impegno concreto per un mondo migliore.
La globalizzazione assume un’accezione prettamente economica che si fonda sul superamento dei confini e degli interessi nazionali al fine di creare un mercato in cui possibile la libera circolazione di capitali, di prodotti e, perché no, anche di uomini.
Rilevante è il ruolo delle multinazionali che operano nei Paesi in via di sviluppo, certe di poterne migliorare le condizioni.
Bisogna ammettere che sono avvenuti dei miglioramenti all’interno della struttura politica, delle attività economiche di questi Paesi, ma al tempo stesso si è creata e si crea una dipendenza troppo forte tra uno Stato e l’altro.
La globalizzazione, a mio avviso, se continuerà a crescere in questo modo, non farà altro che aumentare le differenze fra le varie parti del mondo accentuando il predominio del modello capitalistico occidentale.
Come ho già detto, dando una definizione di globalizzazione spesso non si prendono in considerazione gli aspetti culturali che ci spingono, giorno dopo giorno, a confrontarci con culture diverse.
Considerando comunemente la nazione come una collettività legata da tradizioni, storia, lingua, costumi e religione e riducendo la globalizzazione, come solitamente facciamo, al solo carattere economico, le conseguenze di quest’ultima non rappresenterebbero una minaccia per l’identità nazionale.
Se, invece, riusciamo a cogliere tutte le sfumature di questo fenomeno la prospettiva cambia notevolmente: quell’individualismo politico e sociale caratteristico di una determinata nazione andrebbe scomparendo tutto a favore del cosmopolitismo.
Di fatto, la globalizzazione non è del tutto affermata ed è difficile prevedere la direzione verso cui si dirigerà e gli effetti che ne conseguiranno.


 
Federica Paiano, Il Terzo Mondo è sempre arrivato in ritardo! (ancora penultimo)

Il nazionalismo esalta la terra e la patria, il cui orgoglio scaturisce dal senso della nazione spontanea, ma poi indirizza quest’esaltazione in una lotta contro le altre nazioni. Considerato espressione delle classi dirigenti che, avendo ottenuto la supremazia attraverso la competizione sociale, si identificano con la nazione e i successi di quest'ultima sulle altre, diventa motivo di rafforzamento della classe stessa. Ma il nazionalismo trova anche facile diffusione nelle classi più povere che ripongono nei successi della nazione le aspettative della loro vita.
In relazione a tutto ciò, rilevo la differente prospettiva dei “ricchi” e dei “poveri”, e cioè parlando in termini mondiali, del “Primo Mondo”e del “Terzo Mondo” nel guardare al nazionalismo, analizzando il periodo seguente il secondo conflitto mondiale.
La nascita del nazionalismo viene fatta risalire alla fine dell’epoca medioevale, messa in rapporto con la definitiva caduta dell’Impero e l’ascesa degli Stati nazionali. Nel corso della storia ha trovato espressione manifestandosi in varie forme; spesso inteso come volontà di potenza e di espansionismo della nazione, era un’ideologia molto pericolosa perché forniva il supporto necessario alle guerre tra gli stati (non a caso lo Stato viene considerato il principale responsabile dei consensi alle guerre mondiali, non che ne sia stato la causa ma lo strumento propagandistico principale).
Successivamente, mentre in Europa lo Stato nazionale era in crisi, si stava assistendo al tramonto del nazionalismo e alla conseguente unificazione europea, nei paesi del Terzo Mondo si stava verificando un nuovo sviluppo di quest’ideologia con le stesse finalità che avevano mosso l’“Europa” nei secoli precedenti: IL TERZO MONDO, quindi, E’ SEMPRE AVANZATO CON UN PASSO IN MENO RISPETTO AL CAMMINO DEGLI STATI EUROPEI!
E’ stata fondamentale la formazione di Stati nazionali indipendenti, perché solo attraverso le lotte di liberazione nazionale il popolo è riuscito a liberarsi dalla dominazione straniera, a sradicare gli imperi coloniali e si è dovuto confrontare con il resto del mondo facendo leva sulla propria capacità di iniziativa, anche se tutt’oggi la dipendenza dalle superpotenze europee a causa delle multinazionali è ancora forte sia economicamente sia politicamente.
Il nazionalismo, poi, ha dovuto anche fare i conti con i problemi interni primo fra tutti l’autoritarismo delle strutture politiche: risulta quindi indispensabile l’affermazione della democrazia e della sovranità popolare per garantire a tutti cittadini gli stessi diritti e per stabilire una convivenza pacifica, anzitutto, all’interno dello Stato e in seguito anche nei rapporti tra più Stati.
Giunti a questo punto, la domanda sorge spontanea: che rapporto esiste tra il nazionalismo e il federalismo?
La risposta non è altrettanto spontanea e immediata.
In Europa, la progressiva affermazione del federalismo è coincisa con il crollo del nazionalismo, quello stesso spirito che aveva animato i due conflitti mondiali e che aveva evidentemente stremato molti Stati. Se gli Stati europei non avessero avuto la necessità di cooperare e soprattutto di
stabilire le condizioni di equilibrio e avessero invece conservato quell’ atteggiamento nazionalistico quasi sicuramente non sarebbe nata l’Unione Europea e magari sarebbe scoppiato un nuovo conflitto mondiale; bisogna ammettere che i conflitti, anche se di portata minore, si verificano ancora in alcune parti del mondo, come il Medio Oriente, dove questo atteggiamento non si è affievolito. I paesi del Terzo Mondo sono consapevoli del fatto che gli Stati nazionali siano delle istituzioni che hanno o pongono dei limiti e che sia necessaria la creazione di federazioni regionali per promuovere lo sviluppo economico e l’indipendenza politica.


Marta Romano, Un colloquio immaginario. Approfondimento sullo scritto “La natura dello stato nazionale e le cause del suo declino” di Lucio Levi

Ho voluto dar vita a questo costruttivo e immaginario colloquio tra me (in veste di studentessa universitaria) e il professore (in qualità di docente universitario) per consentire a chiunque di assimilare gli importanti concetti espressi nel documento in modo da ampliare le conoscenze di ognuno di noi. Sperando di essere riuscita nel mio intento, vi auguro una buona lettura.

 1.Marta Romano: Professore, nel suo testo si riferisce alla crisi dello Stato nazionale, a partire dalla seconda guerra mondiale, rilevandone le contraddizioni, per terminare con la questione riguardante il Terzo Mondo, questione aperta ancora oggi. Soffermandosi sul nazi-fascismo, lo ha definito come il tentativo di andare contro la linea evolutiva della storia, come espressione della volontà di vivere della Germania.

 Professore: La Germania, andando alla ricerca del “proprio spazio vitale”, ha compromesso il continuo procedere dello Stato nazionale. A confermare ciò è persino Luigi Einaudi che dichiara che la volontà di egemonia della Germania manifestava solo la forte esigenza dell’unità d’Europa. Nonostante l’uomo a capo della grande potenza in quegli anni abbia provocato lo scoppio della Seconda guerra mondiale per ottenere la propria unità politica, bisogna considerare che se Hitler fosse riuscito nel suo intento avrebbe calpestato l’intero sistema degli stati europei.

 2. Marta Romano: Lei afferma che i limiti dello Stato nazionale diventarono limiti pratici della stessa azione politica degli Stati nazionali.

 Professore: Infatti, questi limiti si manifestarono in modo drammatico portando alla crisi dello Stato nazionale e dando inizio a una nuova fase della storia del federalismo. Quest’ultimo rimase un’esigenza puramente razionale di organizzazione dell’Europa e l’orizzonte storico, nel quale era possibile individuare i limiti dello Stato nazionale, ma senza alcuna possibilità di incidere sul processo storico.

3.Marta Romano: Nel 1883, lo storico inglese Robert John Seeley profetizzò che nel giro di mezzo secolo la Russia e gli Stati Uniti avrebbero superato in potenza quelli che a quel tempo venivano chiamati grandi Stati. E’ così?

Professore: In seguito alla contraddizione scaturita tra Stato nazionale e sviluppo delle forze produttive, dovuta alla tendenza degli Stati nazionali ad unirsi per dare vita ad un mercato mondiale, si è determinata la decadenza dello Stato nazionale.

4. Marta Romano: In che modo la contraddizione tra Stato nazionale e ordine internazionale contribuì alla trasformazione dello Stato?

Professore: Sebbene la nazione sovrana fosse composta dallo Stato che esigeva sicurezza e potenza, il controllo dei valori morali, linguistici e culturali passò allo Stato, che se ne servì per legittimare il proprio potere e la propria politica estera.

5. Marta Romano: Che ruolo svolsero il liberalismo, la democrazia e il socialismo all’interno dello Stato nazionale?

 Professore: Innanzitutto affermarono i principi della libertà, della democrazia e del socialismo sia a livello nazionale sia internazionale. Ma ben presto si dimostrò che la tendenza alla violenza classica tra gli Stati non venne per nulla scalfita. Il conflitto tra gli Stati liberali e democratici e quello tra gli Stati socialisti non emerge dalla teoria liberal-democratica e socialista per via della noncuranza da parte di esse del principio di autonomia e del valore della solidarietà tra i popoli. Infatti la pace poteva essere mantenuta solo se ci fosse stato equilibrio tra le potenze europee e l’espansione economica poteva dipendere, ma non essere garantita, dall’unità del mercato mondiale.

 6. Marta Romano: Molte sono le contraddizioni delle quali lei si occupa. Ho notato un fattore in comune: nonostante vengano compiuti dei passi in avanti a livello industriale e della produzione, estendendo i confini degli Stati, questi risultati positivi sembrano essere azzerati dal contrasto tra la tendenza a portarli al di fuori della nazione oppure a “contenerli” nei confini dello Stato. Si investe, persino, la fascia dell’uguaglianza di tutti i popoli in contrasto con la divisione politica. Che problemi ha apportato tutto ciò all’umanità?

 Professore: Ancora oggi è evidente il dislivello tra il Sud del mondo e quello occidentale industrializzato o, ancora, si consideri la guerra incessante tra Israele e Palestina. Diciamo che l’Europa, così come l’America, la Russia, il Giappone e la Cina, mostri (esibisca) una società ben sviluppata solamente all’esterno, insomma nella forma; offrono una bella visione di facciata, mentre al loro interno i problemi non sono da sottovalutare assolutamente. Ma con qualche sacrificio in più la situazione si risolverebbe in poco tempo.

 7. Marta Romano: Le tre fasi che si sono susseguite per quanto concerne la crisi dello Stato nazionale, secondo lei, a cosa furono dovute?

Professore: Nella prima fase il protezionismo e il colonialismo portarono alcuni territori ad essere soggetti alla penetrazione da parte degli Stati che si estendevano a causa della crescente competitività per non perdere terreno con i rivali; successivamente le due guerre mondiali, infatti, furono la manifestazione esemplare del bisogno di unità dell’Europa, messo in discussione dalla smania tedesca di ricercare il suo “spazio vitale”; dal 1945 sino ad oggi è in corso l’unificazione europea e caratterizza la terza fase.

8. Marta Romano: Professore, Proudhon, nel secolo scorso, aveva chiamato “era delle federazioni” la nuova epoca storica in seguito al tramonto del nazionalismo. In che senso? E’ possibile che la suddivisione federale possa un giorno estendersi anche alle altre nazioni? 

Professore: Si può richiamare Lord Acton, per il quale “la coesistenza di diverse nazioni all’interno dello stesso Stato è una prova della sua libertà, e al tempo stesso ne è la miglior garanzia”. Solo l’autogoverno, cioè il metodo della democrazia, esercitato nel contesto di uno Stato decentrato o federale in accordo col principio di sussidiarietà consente di superare i gradini sulla via della Federazione mondiale. Ciò si contrappone al principio di autodeterminazione che favorisce invece il nazionalismo. Bisogna tenere conto di un fatto molto importante: il federalismo si è affermato dove gli Stati sovrani hanno perso il loro carattere violento e la democrazia ha sostituito l’anarchia e l’illegalità. 

9. Marta Romano: Si parla di nazionalismo dell’epoca delle due guerre mondiali e di quello odierno, ma esso viene citato con due termini: tribalismo e “monopolarismo americano”. Che cosa intende? 

Professore: Il tribalismo si riferisce agli Stati multinazionali dell’Europa dell’Est che esso lacera e disgrega. Per monopolarismo americano si intende la volontà degli USA di essere garanti dell’ordine nazionale e di assicurare la pace nel mondo; ma da soli non raggiungeranno l’obiettivo. 

10. Marta Romano: Unirsi o perire: un’espressione abbastanza forte. 

Professore: Rende efficacemente la situazione odierna. Le nazioni, e di conseguenza gli uomini, vengono poste di fronte a due scelte: unirsi per ottenere l’integrazione tra le organizzazioni internazionali, oppure perire lasciando spazio al nazionalismo, il quale, nel bene, rallenta, e nel male, peggiora il passaggio verso un nuovo ordine mondiale. 

11. Marta Romano: Per questo cita la globalizzazione? 

Professore: Proprio così. Raggiungendo un equivalente grado di sviluppo politico ed economico, si può parlare di globalizzazione, che, ad ogni modo, coinvolgerà anche gli Stati del Terzo Mondo portandoli a migliorare. Questo passaggio così non sarebbe più inevitabile, ma comporterebbe soltanto dei progressi positivi al mondo intero.