Su comunismo e nazione

Interventi di studenti della classe V sez. B indirizzo Linguistico Brocca, A.s. 2007/08,
Liceo Classico Statale "F.Capece", Maglie (Lecce),
Insegnante prof.ssa Antonia Turchiuli. 
 

Sara Guido, Alcune note sul documento del prof. Dr. Marek Waldenberg

Federica Paiano, Una nazione, uno Stato

Raffaele Paiano, Una nazione, uno stato nuovo.

Ludovica Bruno, Comunismo e nazione. Rielaborazione

Benedetta FedeleComunismo e Nazione: una conciliazione impossibile?

Federica Paglialunga, Versus patria

Melissa Piccinno, Commento del documento “Comunismo e nazione” del Prof. Marek  Waldenberg.

Sarah Sanzò, Dittatura del proletariato vs democrazia borghese 

Sabrina Patera, Prassi politica e ideologia comunista.

Marta Romano Una  "lettera aperta" immaginaria.

Chiara Stefani,  Identità e appartenenza nel nation building. 

Federica Greco e Debora Miggiano , Il concetto di nazione dell'Europa centro-orientale

Federica Palano,  Il  nation building

Ludovica Bruno, Gli Stati dell’Europa dell’est sono stati “inventati”, non creati.

Federica Paiano, Il gruppo dei noi.

Maria Antonietta Scarcella, Riflessioni personali sul concetto di nazione nell'Europa centro-orientale

Paola Luceri, Il fallimento della Cecoslovacchia e della Jugoslavia: cause e fattori.

Chiara Pesino, Osservazioni personali sulla base di un confronto tra le analisi di M. Waldenberg su comunismo e nazione e di A. Jakir sulla ex Jugoslavia.

 


 

Sara Guido , Alcune note sul documento del prof. Marek Waldenberg

Durante il XIX secolo, il concetto di nazione non era un problema primario per l'ideologia comunista, a differenza delle lotte di classe che riguardavano in prima persona socialisti, marxisti e il “partito del proletariato”. Quest’ultimo dà solo delle direttive sulla questione nazionale, ma non la ritiene un problema primario.
Il proletariato indica la classe più umile di braccianti e salariati, privi di ogni proprietà o ricchezza ed esentati dal pagamento delle tasse. Secondo il marxismo, esso indica il complesso degli operai che nella società capitalistica percepiscono un salario. Secondo Karl Marx i proletari costituiscono una vera e propria classe sociale, i cui membri non posseggono mezzi di produzione, e risultano “alienati” rispetto ai prodotti del loro lavoro. Nella filosofia della storia marxiana essi hanno però la funzione di porre fine, con una rivoluzione sociale, al capitalismo, instaurando poi il comunismo. La dittatura del proletariato contribuisce quasi alla scomparsa dei contrasti nazionali. Secondo Marx la società capitalistica vede il contrasto tra due classi, la borghesia e il proletariato. Alla borghesia appartengono i proprietari terrieri, la piccola e la grande borghesia, mentre il proletariato è formato da masse di persone assorbite dalle fabbriche. In un certo senso Marx ed Engels nel “Manifesto” del partito comunista, affermano di voler eliminare l’oppressione delle classi sociali, per garantire anche la fine delle persecuzioni nazionali. Con questa concezione si può dire che forse proletariato e questione nazionale dipendono l’uno dall’altra.
 


 

Federica Paiano, Una nazione, uno Stato

“Gli operai non hanno patria. Le pretese nazionali non sono di alcun interesse per gli operai.”.
Queste due concise affermazioni racchiudono i capisaldi dell’ideologia comunista in merito al problema della nazionalità.
La nazione non è stata mai trattata come un tema autonomo, ma ha sempre avuto una posizione subordinata, poiché quest’ideologia è piuttosto concentrata sull’importanza dello sviluppo economico e soprattutto “convinta” che il potenziale sviluppo del capitalismo e quindi del proletariato non avrebbe fatto altro che affievolire le differenze nazionali: si sostiene, infatti, che la classe operaia non ha alcun interesse ad accentuare le differenze tra le nazioni e tanto meno puo’ “preoccuparsi” di far nascere una cultura nazionale nelle singole nazioni.

I primi a ritenere la nazione una problematica di cruciale importanza probabilmente a causa di un’insostenibile sottomissione all’impero russo sono stati i socialisti polacchi che hanno dato vita a due concezioni divergenti: la prima a favore dello Stato nazionale sulla scia del “papa del marxismo” Karl Kautsky; la seconda, invece, mette a confronto l’aspirazione all’indipendenza con l’effettiva dipendenza economica delle nazioni dagli Stati conquistatori e giunge, dunque, ad una conclusione che ostacola lo Stato nazionale al fine di evitare un crollo economico.

E allora, continuare a sentirsi una parte del tutto o lottare per l’indipendenza, coscienti tanto dei vantaggi quanto degli svantaggi che ne deriverebbero? La risposta a questa domanda è stata stabilita dal corso della storia.
Ciò che è rimasto incerto e per diversi aspetti è risultato contraddittorio è stata la posizione assunta dagli uomini di potere o comunque del partito che deteneva il potere rispetto al nazionalismo che sempre più si stava diffondendo tra la massa e sempre di più si stava insediando anche nella coscienza degli operai.
Un esempio di questa mancata corrispondenza tra il pensiero e la realtà o meglio gli eventi storici che si sono verificati è dato da Lenin e dai bolscevichi. Pensare, solo in virtù dei vantaggi economici che scaturiscono dal rapporto tra le nazioni sottomesse e i grandi Stati, che un sistema politico più democratico e la concessione di più autonomia da parte di questi ultimi siano direttamente proporzionali al rafforzamento del legame forzato già esistente, è un evidente errore di calcolo che ha portato i bolscevichi a considerare le nazioni una vera e propria minaccia e a violare il loro diritto all’autodeterminazione.
Durante la rigida dittatura comunista si presentò anche il problema di uno sviluppo culturale e di una formazione nazionale. Le alternative potevano essere l’imposizione di una “russificazione” che avrebbe aggravato la condizione di sottomissione o lo sviluppo di singole culture nazionali che avrebbe dato maggiore importanza all’“ente-nazione”.
I bolscevichi hanno scelto la direttiva che più si discostava dalla loro ideologia: l’autoctonizzazione e quindi lo sviluppo delle singole nazioni che portò alla crescita dello spirito nazionale dove già esisteva e alla nascita di una coscienza nazionale in molti gruppi etnici.
Questa sorta di “inesperienza” nell’affrontare e nel risolvere il problema della nazionalità è probabilmente dovuto al fatto che i bolscevichi all’inizio hanno preso in mano uno stato in cui il sentimento nazionalistico era praticamente assente, uno stato in cui però quello stesso sentimento è divenuto col passare del tempo sempre più radicato e radicale.


 

Raffaele Paiano, Una nazione, uno stato nuovo. 

Possiamo affermare che la nazione sia considerata da tutti allo stesso modo? No; infatti nell'ambito dell'ideologia comunista, i problemi della nazione non erano stati pienamente risolti.

In Russia, in seguito alla Rivoluzione d'Ottobre, si era appena formato il primo governo comunista del mondo.
La questione "nazione" era stata trattata inizialmente da Marx ed Engels nel programma teorico e politico del "Manifesto", e, in seguito, anche dai loro successori, in modo inadeguato.
Si dichiaravano "comunisti" perché intendevano lottare contro lo Stato "borghese" per creare uno Stato nuovo, in cui i beni e i mezzi di produzione sarebbero stati in "comune" fra tutti. 
Dalla dissoluzione della comunità primitiva in poi, la storia è contrassegnata dalla "lotta di classi"; nell'epoca moderna la lotta è decisiva tra la classe dei capitalisti e quella operaia. È ben comprensibile che la storia di ogni società sia una storia di lotta fra le diverse classi sociali e che ogni aspetto della vita dell'uomo sia influenzato da fatti economici. La trasformazione rivoluzionaria della società implicherà, con la presa del potere politico la parte della classe operaia, l'instaurazione di una "dittatura del proletariato" che deve espropriare i capitalisti e rendere ai produttori i mezzi di produzione. I proletari avrebbero potuto migliorare la loro condizione solo prendendo coscienza del loro sfruttamento, unendosi e realizzando la Rivoluzione. Inoltre, la dittatura del proletariato avrebbe abolito la proprietà privata e realizzato la proprietà collettiva dei mezzi di produzione.  In questo modo, si sarebbero eliminati tutti i conflitti economici e, di conseguenza, ciò avrebbe permesso di costruire una società di uguali. Nella dottrina di Marx ed Engels la crisi rivoluzionaria della società capitalistica e il passaggio al Comunismo possono essere visti come un fenomeno che si sussegue simultaneamente su buona parte dell'Europa.


 

Ludovica Bruno, Comunismo e nazione. Rielaborazione

La problematica della nazione viene scarsamente affrontata nei testi fondatori del comunismo, sia nel Manifesto, che nell’Ideologia tedesca dove compare la concezione del riduzionismo economico, che porta la nazione ad essere subordinata. La classe sociale che raggiungerà il suo obiettivo sarà sicuramente il proletariato che, grazie allo sviluppo del capitalismo, eliminerà i contrasti fra le nazioni. Tutto ciò si verifica però senza tener conto delle differenze nazionali.

Lenin, ideologo della Rivoluzione d’Ottobre, prende in mano la situazione, facendo fronte al problema della nazione, al contrario del movimento socialista, appena formato, i cui partiti ancora deboli, non sono in grado di affrontarlo, anche se la questione si presenta inevitabilmente davanti ai loro occhi. Solo la Polonia, sottomessa alla Russia, compie il primo passo; si contrappongono così due concezioni: da un lato la fondazione di uno Stato nazionale sembra essere una soluzione, dall’altro, al contrario, ciò risulta andare in contrasto con lo sviluppo economico.
Lenin dà l’aggettivo nazionalistico a tutto ciò che pone in primo piano la nazione piuttosto che le esigenze delle classi; per questo, inizialmente, affronta la problematica della nazione, relazionandola prima di tutto agli interessi del proletariato. Egli, coerente con il suo pensiero, non può essere ostile al fatto che in futuro nazioni della Russia e della monarchia asburgica possano diventare Stati indipendenti; egli è convinto infatti che ciò potrebbe portare anche a dei vantaggi, dal punto di vista economico e sociale. Per questo prevedeva che, dopo la probabile vittoria della Rivoluzione, avrebbe permesso comunque l’attuazione del diritto all’autodeterminazione; ma ciò non è avvenuto e ne è un chiaro esempio l’annessione della Georgia nel 1919.

Nel 1922 è fondata l’URSS e i bolscevichi devono affrontare numerosi problemi relativi alla nuova situazione politica: in primo luogo ritengono che se il proletariato salirà al potere, sicuramente verrà velocizzata la scomparsa delle differenze nazionali e sarà molto evidente l’indebolimento dei legami.
Ma in questo Stato, in cui inizialmente erano deboli le rivendicazioni nazionali, in seguito sono diventate talmente forti e violente da averle classificate come antagonismi, che spesso hanno portato alla morte di persone legate alla propria nazionalità. La situazione è grave. L’unico modo per permettere al potere sovietico di essere accettato è quello di riconoscere le diverse nazionalità, utilizzando le rispettive lingue. Si mette in atto quindi la cosiddetta autoctonizzazione. Nonostante la loro ideologia fosse contraria, i bolscevichi hanno dovuto seguire questa linea politica, la cui conseguenza è stata quella di alimentare ancora di più la coscienza nazionale di ciascun gruppo etnico. Solo nella prima metà degli anni Trenta si ha una svolta: Stalin attua un vero e proprio processo di «russificazione». Tutto ciò che avverrà in seguito sarà la netta negazione dell’ideologia comunista.
L’eccezione a questa politica comunista nei confronti della nazione è rappresentata, a partire dagli anni Sessanta, dalla Jugoslavia, che ha saputo affrontare il problema  delle nazionalità, seguendo su questo aspetto una prassi democratica.


 

Benedetta Fedele,  Comunismo e Nazione: una conciliazione impossibile?

Nell’ambito dell’ideologia comunista, sostenuta dai prosecutori di Marx e Engels, vi furono delle scarse riflessioni sulla tematica della nazione, che assunse esclusivamente una posizione alquanto subordinata. Infatti, solo pochissime personalità, tra marxisti e socialisti, affrontarono questa problematica. Tra essi spiccano alcuni ideologi del Partito socialista polacco, assoggettato sul piano dell’azione all’impero russo, che si dividevano sostanzialmente in due orientamenti contrapposti: uno rivendicava una soluzione per le questioni della nazionalità e si batteva per la costituzione di uno Stato nazionale; l’altro affermava la preminenza del capitalismo e negava, invece, la possibile formazione di nuovi Stati nazionali. Inoltre, lo Stato polacco lottava per la democratizzazione degli Stati nazionali, a differenza degli Stati multinazionali democratici che si battevano per un’autonomia nazionale limitata. Vi è un esempio in Russia, dove il movimento socialista degli ebrei, più forte di ogni altro partito socialista, rivendicava proprio questa autonomia.
A preoccuparsi di questi problemi organizzativi del movimento socialista russo fu Lenin, principale rappresentante dell’ideologia comunista affermatasi con la Rivoluzione d’ottobre. Egli sosteneva che il Partito del proletariato doveva adeguare i diversi aspetti della problematica nazionale alle esigenze della lotta di classe. Lenin appoggiava, inoltre, l’idea del mantenimento del potere dei bolscevichi in Russia. Inizialmente si pensava che questo aspetto fosse una causa della Rivoluzione russa che avrebbe portato, in seguito, alla rivoluzione negli Stati europei economicamente sviluppati; ma ciò non accadde e inoltre i bolscevichi violarono il principio di autodeterminazione delle nazioni. A loro parere, se il potere fosse passato nelle mani del proletariato, i processi di scomparsa delle differenze nazionali sarebbero aumentati, come pure l’indebolimento dei legami nazionali. Dunque i bolscevichi presero il potere in uno Stato in cui le culture nazionali erano poco sviluppate così come non lo erano nemmeno i processi di formazione delle nazioni. Nel periodo compreso tra la Rivoluzione d’ottobre e la formazione dell’URSS nel 1922, alcune nazioni, tra cui quelle indipendenti dai bolscevichi, attuarono più forti e radicali rivendicazioni nazionali, altre si trovavano in pesanti situazioni di antagonismo.Con la dittatura comunista ogni forma di sviluppo della cultura nazionale venne fortemente represso. Le alternative possibili apparvero solo due: da un lato si sostenne lo sviluppo della cultura e della formazione attraverso lo sviluppo delle singole culture nazionali, dall’altro si sostenne la diffusione della cultura russa, tralasciando le diverse culture nazionali, aspetto che apparve come una sorta di sottomissione della nazione. Successivamente prese piede una nuova politica che mirava ad accelerare, in un certo senso, il processo di formazione delle nazioni e una crescita della coscienza nazionale in molti gruppi etnici. Tale politica, tuttavia, trovò presto la sua fine con Stalin, che rinnovò la politica di “russificazione” e determinò, conseguentemente, cambiamenti radicali.


 

Federica Paglialunga, Versus patria 

L’ascesa del comunismo determinò opinioni e previsioni differenti rispetto all’ideologia di nazione fin ora avanzata. Gli autori del Manifesto comunista, ad esempio, non trattarono la tematica della nazione; tuttavia si crede che l’avvento del capitalismo dia atto della scomparsa dei contrasti nazionali: gli operai soggiogati da esso, diverranno dunque senza patria. In contrapposizione a quanto affermato da Marx e Engels riguardo alla duplice possibilità che pretese nazionalistiche possano influenzare sia positivamente che negativamente i cambiamenti sociali, Lenin, invece, collocava il nazionalismo come ideologia capace di promuovere gli interessi nazionali al di sopra degli interessi di classe. Da questa sua concezione scaturisce  il timore che i social-democratici, una volta ottenuto il potere, dessero libero sfogo al diritto dell’autodeterminazione, che a lungo andare risulterebbe essere contro gli interessi sociali ed economici dello stato.  Si è dunque giunti all’incompatibilità tra la dittatura comunista e l’ideologia nazionalista, in quanto quest’ ultima non trovava un  adeguato spazio per la formazione e lo sviluppo delle culture nazionali come piena espressione dello stesso partito che avrebbe dovuto sostenerle invece di respingerle. In seguito, soprattutto durante la seconda guerra mondiale la politica nei confronti dell’URSS attuò una vera e propria negazione dell’ideologia marxista e comunista. Di conseguenza gli aspetti che più di altri caratterizzavano l’essere parte di una nazione ed il possedere tipici caratteri prettamente nazionali, vennero via via offuscati. L’ideologia comunista è stata quindi incapace di fornire principi politici per appoggiare e sostenere le nazionalità.


Melissa Piccinno , Commento del documento “Comunismo e nazione” del Prof. Marek  Waldenberg.

Per tutto il corso del XIX secolo, la problematica della nazione non interessava né i socialisti e i marxisti, né il proletariato. Marx ed Engels, infatti, volgendo la loro attenzione principalmente alle lotte di classe poterono dare solo delle direttive sulla questione nazionale. Al contrario, con lo scoppio della prima guerra mondiale, quando fu chiaro quanto l’interesse economico potesse collimare con l’interesse mondiale, Lenin e, successivamente durante la seconda guerra mondiale, Stalin, oltre a rilevare la comunanza di interessi tra i proletari delle diverse nazioni, rilevarono anche la contrapposizione tra questi ultimi e i borghesi “nazionali”. La lotta di classe e la lotta nazionale non erano indipendenti l’uno dall’altro: infatti la lotta nazionale o tra gli stati non dipende dalla lotta delle classi, ma può diventare una causa comune di tutte le classi. Ciò significa che la problematica nazionale è subordinata agli interessi del proletariato. Marx ed Engels, nel Manifesto del Partito Comunista, sostennero che la principale premessa per liquidare l’oppressione nazionale è la liquidazione dell’oppressione di classe.


 

Sarah Sanzò, Dittatura del proletariato vs democrazia borghese 

Nell’ambito dell’ideologia comunista la nazione aveva una posizione molto subordinata. Vi era la convinzione che la “dittatura del proletariato” avesse potuto favorire la scomparsa dei contrasti nazionali tra gli uomini.
I socialisti polacchi furono i primi ad occuparsi della problematica della nazione. Si formarono due orientamenti contrapposti: il primo si basava sull’idea che lo Stato nazionale fosse la soluzione migliore per le questioni della nazionalità; l’altro negava la possibilità della formazione di nuovi Stati nazionali dove il capitalismo aveva determinato l’integrazione economica dei Paesi sottomessi con gli Stati conquistati.
Lenin sostenne che il partito del proletariato doveva adeguare il rapporto con i diversi aspetti della problematica nazionale alle esigenze della lotta di classe del proletariato (dittatura del proletariato contro la democrazia borghese). La lotta politica doveva essere prioritaria rispetto alle rivendicazioni sindacali, in quanto le conquiste sindacali illudevano le masse perché miglioravano le condizioni materiali degli operai, ma non trasformavano la società. Il proletariato, però, da solo non era in grado di realizzare la rivoluzione, in quanto, come sosteneva Lenin gli operai tendevano a cercare solo un miglioramento immediato delle loro condizioni. La lotta contro il capitalismo doveva, perciò, essere guidata da un partito centralizzato, caratterizzato da una rigida disciplina e senza un‘organizzazione democratica. Solo così, infatti, si potevano guidare le masse alla conquista del potere. La Russia, dunque, doveva solo avviare una rivoluzione che avrebbe coinvolto molti Paesi europei, che successivamente l‘avrebbero aiutata a svilupparsi e a realizzare compiutamente il comunismo.
Tuttavia questo non si è poi verificato.
Lenin negli anni immediatamente precedenti la prima Guerra Mondiale si occupò della “problematica” dal punto di vista della formazione internazionalistica degli operai e dell’opposizione a ciò che egli considerava come nazionalismo (egli, tra l’altro considerava nazionalistici tutti i progetti e le attività che collocavano gli interessi nazionali al di sopra degli interessi di classe). Lenin sostenne l‘idea di trasformare la guerra, considerata un evento estraneo agli interessi del proletariato e voluto dai capitalisti per portare a termine i progetti imperialisti, in rivoluzione proletaria. Il culmine dell’opposizione alla guerra fu raggiunto in Russia con la Rivoluzione d’Ottobre (1917), che ha portato alla formazione del partito comunista (ex partito bolscevico) nel marzo 1918. Dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi si doveva affrontare il fatto che non si considerava compito di un partito operaio appoggiare ciò che potesse approfondire la differenza tra nazioni e che servisse alla scomparsa dei particolarismi. I bolscevichi ritenevano che i processi di scomparsa delle differenze e l’indebolimento dei legami nazionali sarebbero diventati ancora più forti dopo la presa del poter da parte del proletariato. Essi, però, avevano conquistato il potere in uno Stato dove le culture nazionali erano poco sviluppate. Negli anni successivi la Rivoluzione d‘ottobre, in molti paesi le rivendicazioni (nazionali) divennero più forti e alcune nazioni riuscirono addirittura a conquistare un proprio stato indipendente, anche se solo per un breve periodo.
Durante la dittatura del partito comunista non vi era spazio per i movimenti che aspiravano allo sviluppo della cultura nazionale; si poteva scegliere tra due alternative: sostenere lo sviluppo della cultura tramite lo sviluppo delle singole culture nazionali o diffondere la cultura russa e trascurare le culture nazionali.
Il  promotore di questa politica culturale sarebbe stato sempre il partito.
 


Sabrina Patera, Prassi politica e ideologia comunista.

La problematica della nazione nell'ambito dell'ideologia comunista si dice sia stata ideata dai precursori di Marx ed Engels, e molte delle loro tesi non furono adottate come accettabili da una moltitudine di socialisti delle nazioni sottomesse.
Nella loro ideologia della storia, caratterizzata dal riduzionismo economico, la nazione godeva soltanto di una posizione molto subordinata. Vi era la viva convinzione che lo sviluppo dell'economia promosso dalla borghesia avesse condotto, o meglio, favorito, l'interdipendenza fra le nazioni, ed inoltre che con il capitalismo e l'uniformazione dei caratteri della produzione nell'industria, l'isolamento e i contrasti nazionali sarebbero via via scomparsi, ciò ulteriormente favorito dall'affermarsi della dittatura del proletariato, una sorta di egemonia della maggioranza della classe degli "sfruttati" sulla classe degli sfruttatori".  
Funzione essenziale del proletariato è, dunque, l'organizzazione di una politica di classe e la conseguente spinta propulsiva verso l'emancipazione del lavoro salariato e quindi del profitto del singolo individuo. Infatti, con l'"occupazione" dello Stato da parte del proletariato, lo Stato come strumento di oppressione di classe e l'eliminazione della divisione in classi, la dittatura del proletariato avrebbe rappresentato la condizione essenziale e necessaria per l'affermarsi del comunismo.  Marx ed Engels hanno da sempre sottovalutato l'importanza delle differenze nazionali, infatti si può notare come il concetto di nazione non sia stato mai un tema autonomo. Marx ed Engels avevano una visione positiva nei confronti delle pretese che mossero le nazioni sottomesse, in quanto sarebbero state in grado di influenzare positivamente le relazioni internazionali e favorire la vittoria della rivoluzione proletaria. 
Ancora verso la fine del XIX secolo il concetto di nazione non occupa uno spazio da "protagonista" nelle idee marxiste.  L'ideologia comunista si formò con la rivoluzione d'Ottobre ed il suo principale ideologo fu Lenin, il quale, seguendo le dottrine di Marx, era fermamente convinto che la rivoluzione socialista avrebbe potuto affermarsi solo nei Paesi ove l'economia era molto avanzata, in cui si sarebbe potuto "generare" il proletariato, il quale doveva regolare il rapporto tra gli aspetti della problematica nazionale e le esigenze della lotta di classe del proletariato. Inizialmente questa problematica fu trattata dal punto di vista dei problemi organizzativi, ma più in là assunse caratteri di formazione internazionalistica degli operai e dell'opposizione, ciò che egli considerava come "nazionalismo". Lenin considerava nazionalisti coloro che ponevano il problema della nazione al di sopra di quello della lotta di classe. Lenin, in relazione alle problematiche nazionali, assunse una strategia di "lotta rivoluzionaria", per questo motivo valutò positivamente le pretese d'indipendenza della nazioni della monarchia asburgica e della Russia. Egli era per un sistema politico democratico dello Stato multinazionale, convinto che i vantaggi aumentano sempre in relazione allo sviluppo del capitalismo; riteneva che se i socialdemocratici avessero assunto il potere, ci sarebbe stato il diritto all'autodeterminazione e si sarebbe garantita l'indipendenza alle altre nazioni sottomesse: credeva che la rivoluzione russa avrebbe segnato l'inizio della rivoluzione negli Stati europei fortemente sviluppati ed industrializzati. La fondazione dell'URSS nel 1922 rese necessaria l'elaborazione di alcuni principi di politica nazionale. I bolscevichi credevano che l'eliminazione delle differenze nazionali e l'indebolimento dei legami nazionali sarebbero diventati ancora più "forti" con la presa del potere da parte del proletariato; i bolscevichi hanno conquistato il potere in uno Stato in cui le culture nazionali erano all'inizio del loro sviluppo; ma dopo pochissimi anni le rivendicazioni nazionali acquisirono vigore, molte regioni e molte persone vantarono infatti un'identità nazionale. I bolscevichi, tuttavia, volevano attuare una politica totalmente diversa da quella che avrebbe dovuto scaturire dalla natura della loro ideologia, il loro legame con il socialismo non si è mai "sciolto" del tutto, così si operò una sorta di scissione fra la politica nei confronti della nazionalità e la tendenza ad indebolire le differenze nazionali; la realizzazione di questa politica non fu affatto facile, ma ebbe dei risvolti molto positivi, in quanto accelerò il processo di formazione delle nazioni e portò alla crescita e alla coscienza nazionale. Stalin pose fine a questa politica, sostituendola con una politica di rinnovata "russificazione".  L'epoca di Stalin, più che un governo basato sulla società, ricorda, a mio parere, il periodo di dominazione zarista, un insieme di burocratismo ed autoritarismo. La politica stalinista era una sorta di negazione dell'ideologia marxista.
Si può chiaramente notare la "viva" discrepanza tra la prassi politica e le ideologie dei comunisti, non in grado di elaborare principi ben precisi e validi riguardo il problema delle nazionalità.
 


 

Marta Romano Una  "lettera aperta" immaginaria.

Il seguente scritto è una lettera aperta immaginaria, pensata come se fosse stata scritta da Lenin, leader del Partito bolscevico, ai proletari per spronarli a reagire e a  non lasciarsi sopraffare dagli altri indirizzi politici del tempo. L'abbiamo immaginata come un appello offerto dal grande personaggio storico ai proletari per farli emergere dal loro degrado. Questa  lettera potremmo  immaginarla pubblicata nella Rivista da lui stesso fondata nel marzo 1901, che circolava clandestinamente in Russia: Zarià (L’aurora).

Cari proletari,

chi vi scrive è Lenin allo scopo di informarvi sulla situazione che ci interessa particolarmente.
Innanzitutto bisogna sapere che ancora nel nostro movimento non esiste alcuna parola riferita al concetto di“nazione”. Ne è un esempio palese la“Die Neue Zeit”(pubblicata dal” papa del marxismo” Karl Kautsky), che non contiene nessuna voce come“patriottismo”o“nazionalismo”, ma piuttosto parole come”farmacie”,”flora”,”vegetarianismo”. Solo gli ideologi del Partito socialista polacco insieme a Jean Jaurès se ne accorsero.
Nell’Europa centro-orientale l’interesse per questa problematica era più vivo, mentre in Polonia si verificò più tardi, in quanto gli operai non erano interessati da pretese nazionali. I primi colpiti da tutto ciò furono i socialisti polacchi assoggettati all’impero russo.
In seguito a ciò si formarono due schieramenti nettamente divergenti:

·      
Il “papa” Karl Kautsky credeva che lo Stato nazionale fosse la migliore soluzione per quanto riguarda la nazionalità (giustificata per il desiderio di indipendenza delle nazioni sottomesse);
·      
Rosa Luxemburg negava la formazione di Stati nazionali là dove il capitalismo aveva preso piede per l’integrazione economica dei Paesi sottomessi di pari passo con gli Stai conquistatori.
Negli Stati multinazionali democratici si doveva lottare per raggiungere un’autonomia nazionale limitata .

Io sostenni l’importanza del rapporto che il partito del proletariato doveva conciliare gli aspetti della problematica nazionale alle esigenze della lotta di classe del proletariato. Mi concentrai dapprima sul movimento socialista in Russia, successivamente sulla formazione internazionale degli operai e sull’opposizione a ciò che si considerava nazionalismo. Tengo a precisare però che io considero nazionalistico tutto ciò che collochi gli interessi della nazione al di sopra di quelli di classe. Al tempo della guerra, ebbe il sopravvenuto la strategia della lotta rivoluzionaria; la tendenza di alcune nazioni a richiedere l’indipendenza dalla Russia e dalla monarchia Asburgica non la considerai negativamente,  in quanto le nazioni sottomesse avrebbero avuto minor desiderio di indipendenza quanto più democratico sarebbe stato il sistema politico dello Stato nazionale, poiché i vantaggi che gli Stati nazionali comportano dal punto di vista del progresso economico e degli interessi delle masse si espandono di pari passo col capitalismo. E  fui convinto che, se i socialdemocratici avessero preso il potere, avrebbero attuato il diritto all’autodeterminazione, garantendo alle altre nazioni la possibilità dell’indipendenza, agevolando l’avvicinarsi alla democrazia e all’unione delle nazioni. Infatti Polacchi e Finlandesi si convinsero che fondendo le nazioni avrebbero formato una società socialista, perseguendo il loro interesse economico; inoltre non era in opposizione con la pretesa dei Bolscevichi di detenere il potere in Russia. Si diffuse l’opinione che la Rivoluzione russa sarebbe stato l’input per le rivoluzioni a venire negli stati europei(ad esempio la Germania), ma ciò non si attuò e i Bolscevichi calpestarono il principio di autodeterminazione.
Nella
Dichiarazione dei Diritti del popolo lavoratore e sfruttato, preparata nel gennaio 1918 durante lo scioglimento della Costituente, l’ingresso nella Federazione delle Repubbliche sovietiche di operai e contadini sarebbe stato deciso dal Congresso dei Consigli e non da tutta la società.
Ma nel 1919 con l’annessione della Georgia si violò il diritto dell’autodeterminazione.
Questa però è un’altra storia….
Compagni, sarà necessaria tutta la forza del proletariato per elaborare nuovi principi di politica nazionale e dare vita ad un partito operaio capace di opporsi alle aspirazioni particolaristiche, già manifestatesi.                           

                                                                                       Firmato Compagno Lenin (alias Marta Romano)



 

Chiara Stefani,  Identità e appartenenza nel nation building.

Negli anni ’90 tre federazioni multi-etniche quali l’Unione Sovietica, la Cecoslovacchia e la Repubblica della Jugoslavia sono venute meno. Perché tutto questo? Quali motivi e quali fattori sono stati la causa del fallimento di questo processo cosiddetto nation building,e cioè la formazione della nazione?
Il nation building cambia a seconda delle nazioni che vi sono coinvolte, ma segue comunque un iter abbastanza simile.
Innanzi tutto il nation building ha bisogno di tempo, ma nel caso della Cecoslovacchia e della Jugoslavia questo tempo non è stato sufficiente perché abbiamo assistito a un vero e proprio fallimento di questi progetti nazionali.
Ma il tempo non è l’unico responsabile di tutto ciò, infatti vi sono anche degli altri fattori reali quali le confessioni religiose che rivestono un ruolo importante in ogni parte del mondo, ma in particolar modo nell’Europa dell’est.
La Francia e la Germania sono state da sempre due nazioni che hanno rappresentato due modelli per la formazione delle nazioni dell’Europa centro-orientale,però vi era una sostanziale differenza:il modello francese di stato richiedeva l’esistenza di una nazione, proprio ciò che mancava all’Europa centro-orientale.
Il fallimento di questo processo, infine, deve essere anche ricercato nelle disparità economiche presenti nell’Europa centro-orientale, a differenza della Germania e della Francia.
Ma appartenenza significa sentirsi parte di un gruppo che può essere lo Stato, con il quale condivide modi di pensare, cultura e religione. Alla base del concetto di appartenenza vi è,in generale,un processo di identificazione,in cui la sfera dell’Io si identifica con il Noi. L’appartenenza prende forma attraverso la riflessione sulla propria identità, sui propri valori e sui valori condivisi con i gruppi di cui si fa parte. La consapevolezza delle proprie radici,della propria storia e cultura crea le condizioni per un’appartenenza che sia anche possibilità di riconoscere il diverso e di aprirsi al confronto con l’altro.
E perché nel censimento del 1981, dei 22 milioni di abitanti della Jugoslavia solo 1,2 milioni si sentivano veramente jugoslavi?
Tutto ciò è accaduto a causa della mancanza di un sentimento di appartenenza e identità con il gruppo e di conseguenza con la cultura,religione,ideologia politica.
Si è verificato,come afferma il prof. Alexander Jakir, un’erosione del principio di fratellanza dei popoli jugoslavi.

 


 

Federica Greco e  Debora Miggiano, Il concetto di nazione dell'Europa centro-orientale

Ponendo in analisi il documento del prof. Alexandar Jakir, ne è scaturito che per spiegare il fallimento dei progetti nazionali della Cecoslovacchia e della Jugoslavia, bisogna mirare non solo ad una mancanza di tempo per quanto riguarda la NATION BUILDING, ma ricercare dei fattori particolari.
Prendendo in analisi questi due stati, e soprattutto il caso dell'Ex Jugoslavia, si può notare come queste abbiano avuto delle difficoltà nel processo di formazione della nazione, poiché costituite solo tra l'Ottocento e il Novecento. Analoghi esempi di mancata conclusione di tale processo sono la Serbia e la Croazia. Opponendosi a queste affermazioni di nazione di nuova estrazione, il nazionalismo sostiene che le nazioni esistano da sempre o perfino che nascano per volere di dio. Nel caso della Jugoslavia e della Cecoslovacchia, la NATION BUILDING non avrebbe mai potuto attuarsi, in quanto si trattava di una nazione non precedentemente formata e consolidata, come nei casi proposti dal Prof. Jakir, quali la Germania e la Francia.
Un altro dei fattori forniti dal testo è l'influenza delle confessioni religiose, processo non attuato da autorità ben definite, ma dal principio dell'autodeterminazione dei gruppi etnici.
Vanno considerate anche le condizione economiche della nazione: una mancata propensione verso la modernizzazione, ma soprattutto la posizione sfavorevole del sud-est rispetto agli stati più economicamente sviluppati. Ciò che ha causato l'insuccesso dello sviluppo della nazione jugoslava è anche il disgregamento interno, ossia il rifiuto di convivenza tra gli stati.
Esaminati questi fattori, si possono capire sino in fondo i motivi per i quali le nazioni su citate abbiano trovato difficoltà nel loro processo di formazione.


Federica Palano,  Il  nation building

Dopo aver analizzato il documento del Prof. Alexander Jakir “Il concetto di nazione nell’Europa Centro-Orientale”, ritengo opportuno porre maggiore attenzioni alle cause che secondo il Professore sono alla base del fallimento di un progetto nazionale. Tale progetto, infatti, ha avuto poco tempo a disposizione per impostarsi; vi sono stati anche dei fattori reali ad ostacolare questi tentativi, come ad esempio l’influenza da parte delle confessioni religiose. Sia nel caso della Jugoslavia, che in quello della Cecoslovacchia, una volta ottenuta l’indipendenza statale non è stato più possibile imporre questo processo (la costruzione della nazione) dall’alto: esso infatti si fonda sul principio di autodeterminazione di ogni singolo gruppo etnico. Ciò ha causato anche differenze dal punto di vista geografico, perché diverse situazioni, in diverse aree geografiche si devono unire ora sotto un unico stato. Un’altra “causa geografica” è la disuguaglianza tra meridione e settentrione, anche all’interno delle singole regioni, e quindi non vi è più un desiderio di unità, bensì di gruppo.
Io sono in gran parte d’accordo con il Prof. Jakir nell’attribuire a questi fattori le cause  del fallimento nazionale, anche se, comunque, penso sia molto importante il fattore del “nation  building”. Non si è dato abbastanza tempo a questo progetto. Italia e Germania hanno raggiunto l’unità solo nel XIX secolo. Molto importante è che il nation building ha come modelli di riferimento un sistema centrale francese e uno federale tedesco, che però hanno alla base una nazione già fondata. Non era così per gli stati dell’Est Europa.


Ludovica Bruno, Gli Stati dell’Europa dell’est sono stati “inventati”, non creati.

La situazione territoriale e politica dei Paesi dell’Europa orientale si presenta alquanto complessa e particolare: innanzi tutto, a differenza dell’Europa Centrale, viene applicato un processo di dissociativismo con il solo scopo di scindere gli imperi multietnici per ottenere la formazione degli Stati.
Qual è il punto di partenza e la conseguente conclusione di questo percorso?
In realtà si potrebbe parlare solo di punto di partenza. Infatti vi sono diversi fattori che ostacolano lo sviluppo del progetto di nation building e molto spesso ne impediscono la conclusione, fattori che abbracciano l’ambito sociale, economico, politico e territoriale.
In primo luogo i nazionalisti, decisi nel voler raggiungere il proprio obiettivo, sono consapevoli che uno dei tanti problemi da superare è la presenza di diverse etnie: lo Stato infatti, per potersi affermare, si serve del diritto all’autodeterminazione che, di conseguenza, deve necessariamente identificarsi con gli altri diritti; questa è una strategia che conduce al completo annullamento delle minoranze.
Il discorso ha lo stesso peso se riferito alla difficile “convivenza” tra diverse confessioni religiose (*) in un determinato territorio le quali influenzano negativamente la realizzazione del progetto; anche l’economia ha un ruolo fondamentale se si pensa che molti dei paesi dell’Est europeo sono lontani geograficamente dallo sviluppo industriale e soprattutto non hanno un posto privilegiato nel mercato mondiale. Persiste, infatti, la consapevolezza che molti di questi territori vengano sfruttati dalle grandi potenze; ma non solo i territori, anche le rispettive popolazioni le quali si vedono strappare via la propria autonomia ed è proprio per questo motivo che, nel momento in cui non sono trattati più da sudditi, tendono a creare delle società chiuse e distaccate, dando vita così alle etnie i cui principi e diritti cozzano con il principio nazionale.
Un altro elemento che non è stato in grado di imporsi in questi paesi è stato certamente il potere politico: i suoi rappresentanti facevano proprio il concetto di nazione, ma non riuscivano ad obbligare gli abitanti a seguire le loro direttive.
Probabilmente si tratta in questo caso di un fallimento di fondo: come poteva formarsi uno Stato se non vi erano delle solide basi politiche?
Come possiamo notare quindi vi sono influenze negative che provengono sia dall’esterno che dall’interno.
L’Europa orientale, come ce lo dimostra anche la storia, ha sempre avuto il bisogno di un appoggio da parte del resto del mondo; non è del tutto indipendente e non dimostra di avere capacità di iniziativa o di inventiva; è come se vivesse nell’ombra dell’Europa.
Anche per quanto riguarda la forma di governo da attuare nei paesi, in relazione alla formazione dello Stato, si aggancia da un lato alla Francia, dall’altro alla Germania. Si tratta di “personalità” distinte per le quali è molto importante il rapporto stabilito tra nazione e Stato: per la prima si parla di concezione soggettiva e questo significa che la nazione nasce grazie alla collaborazione di ogni individuo e inoltre secondo il modello francese lo Stato può essere fondato solo nel momento in cui esiste una nazione perché è esso stesso parte della nazione, a differenza della Germania per la quale la concezione ha carattere oggettivo, cioè la nazione può nascere solo per discendenza, quindi solo tramite elementi e caratteri oggettivi; il territorio tedesco per lo più è identificabile con il concetto di federalismo in quanto prima di poter parlare di nazione è necessaria l’esistenza dello Stato.
Queste due ipotesi sono state attuate all’est, ma sia una che l’altra hanno avuto scarsi risultati; non è stato possibile imitare del tutto il modello francese perché prevedeva l’esistenza di una nazione che in realtà nell’Europa orientale non esisteva; abbandonato questo tentativo si è cercata una soluzione nel modello federale il quale richiede molto tempo prima di essere realizzato e comunque, a mio avviso, sarebbe stato difficile raggiungere l’obiettivo perché non si poteva pretendere la nascita di altre nazioni all’interno di uno stesso Stato; così facendo si sarebbero affermate nuove etnie e di conseguenza una dispersione del controllo politico; il risultato è la presenza di una situazione instabile e non organizzata che va peggiorando via via.
Le speranze nell’Europa centro-orientale di creare un vero e proprio Stato o una vera e propria nazione nonostante tutto non svaniscono e inoltre
questi Paesi sono sempre pronti ad accettare nuove ideologie e ad affrontare gli innumerevoli problemi che si presentano ogni giorno.
Forse il fallimento delle iniziative non riguarda i singoli fattori analizzati; forse è vero che in realtà il fallimento è conseguenza di un mancato principio di fondo che in ogni Paese dovrebbe costruirsi autonomamente, con le proprie mani, senza l’intervento di terzi.

 (*)A proposito di confessioni religiose, in particolare l’islamismo. Contributo particolare è: MAGDI ALLAM, Viva Israele;


Federica Paiano, Il gruppo dei noi.

I paesi dell’Europa centro-orientale dopo la creazione nell’Ottocento del principio della nazionalità hanno avuto due modelli da seguire per la formazione di un  potenziale Stato nazionale: quello della Francia, la concezione soggettiva della comunità di volontà e quindi di uno Stato nella nazione e quello della Germania, la concezione oggettiva di appartenenza alla nazione per discendenza quindi di nazione nello Stato.
In questi Paesi, però, la nazione non esisteva perché il processo di nation building veniva continuamente ostacolato da fattori importanti e rilevanti in quelle regioni quali le confessioni religiose: tanto meno si poteva pensare di inculcare un certo spirito nazionale o di creare una nazione in virtù di un’imposizione dall’alto; infatti, dopo aver ottenuto l’indipendenza, nonostante la formazione di uno Stato autonomo, esistevano ancora i cosiddetti “gruppi del noi”. Proprio per questo, gli Stati nati nel corso dell’Ottocento e del Novecento sono stati definiti “inventati”, noto ed evidente è il caso della Jugoslavia.
La domanda che mi sono posta è stata: come può reggere uno Stato nazionale senza che vi siano i giusti presupposti, primo fra tutti il riconoscimento della maggioranza della popolazione (almeno!) con lo Stato stesso?
La risposta la rintracciamo tra gli eventi che hanno segnato la storia della Jugoslavia.
Questa risposta sta proprio nel fatto che sono falliti sia il primo che il secondo sistema jugoslavo: il primo a causa di questioni nazionali per le quali il “popolo jugoslavo” si è disgregato; il secondo fallimento è stato causato dal fatto che lo Stato non aveva, e forse non aveva mai avuto, le fondamenta necessarie per essere costruito mancava cioè l’approvazione della maggioranza dei suoi abitanti. Tutto questo perché non è mai esistita una vera popolazione jugoslava nonostante l’esistenza dello Stato - la Jugoslavia – e quindi il popolo era rimasto diviso in una componente serba, una croata e solo una minoranza jugoslava.
Il “sentimento di fratellanza” che doveva tenere unite queste componenti si era affievolito col passar del tempo: in parte per la crescente disparità economica tra le regioni settentrionali e quelle meridionali; in parte perché dietro questo sentimento si celava l’aspirazione di creare degli Stati autonomi.
Si è cercato tuttavia di mantenere saldo questo rapporto perché la Jugoslavia aveva ottenuto un grande prestigio dopo la seconda guerra mondiale.
L’aggravante è stata il crollo del potere comunista: conseguentemente il decentramento del potere ha riacceso lo spirito nazionalistico e ha riaperto i conflitti che sono sfociati nella guerra, alla fine del Novecento.


 

 Maria Antonietta Scarcella , Riflessioni personali sul concetto di nazione nell'Europa centro-orientale.

Nell’Europa dell’est, diversamente da quanto accade nell’Europa occidentale, assistiamo all’applicazione della teoria dissociativa, benissimo riconducibile all’occidentale teoria associativa. Infatti nel corso del XX secolo, a causa del dissociativismo dei grandi imperi multietnici, avviene la nascita di piccoli stati. Il processo della “nation building”, nell’Europa orientale, risulta fallimentare.
Il professor Alexander Jakir esplica i motivi di tale declino, prendendo come esempio alcune ex federazioni multietniche, come la Jugoslavia: uno dei motivi della rinascita dei progetti nazionali nella Jugoslavia è la scarsa disponibilità di tempo. Infatti la “nation building”necessita di tempo per compiersi al meglio e i pochi decenni che esse avevano a disposizione non sono bastati per la formazione di nazioni. Inoltre, altri fattori rilevanti sono entrati in gioco per contrastare la nascita di tali nazioni,come le varie confessioni religiose e l’impossibilità di compiere questo progetto dall’alto a causa della varietà di etnie e la vastità dell’area geografica.
A partire dal Novecento si sono volutamente formati gli stati che noi oggi conosciamo come ex componenti della Jugoslavia. Ma non tutti possono essere definiti nazioni; prendendo come esempio il Montenegro, una parte dei suoi abitanti si definisce montenegrina mentre un’altra si riconosce musulmana, bosniaca, solo il futuro ne esplicherà le sorti. Ma il problema di fondo sta nella non omogeneità di etnie: infatti non si può aspirare a formare una nazione con cittadini le cui credenze religiose e le culture siano completamente differenti. (Ciò costituirebbe un pericolo). Come, allo stesso tempo, è difficile e quasi impossibile delimitare entro confini gruppi etnici uguali. Ma è stato l’obbiettivo dei determinati ideologi nazionalisti che sono stati disposti a risolvere il problema,annientandolo; infatti nel corso degli anni sono stati in grado d’emergere e infine distruggere le minoranze etniche (ricordiamo le “pulizie etniche”). Anche se tra lo Stato nazionale dei Balcani e i paesi sviluppati la divergenza è ancora notevole. Comunque si è trattato di un processo relativamente lungo: a partire dall’Ottocento, quando si è creato il principio di nazionalità inteso come integrazione tra Stato e Nazione. Esistono due tipologie di nazione,quella soggettiva che considera la nazione come una comunità scelta. Mentre quella oggettiva che considera la nazione una società chiusa alle altre. La ex Jugoslavia prese come esempio entrambi i modelli, ma con scarso risultato. In realtà il problema essenziale è che i paesi dell’ex Jugoslavia non si considerano popolo. 

 


Paola Luceri, Il fallimento della Cecoslovacchia e della Jugoslavia: cause e fattori.

 

Analizzando la relazione del Prof. Alexander Jakir “Il concetto di nazione nell’Europa centro-orientale” ho notato che, dalle motivazioni che vengono fornite per spiegare i casi della Cecoslovacchia e della Jugoslavia, emerge che il fallimento sia causato da fattori specifici piuttosto che dal fallimento del principio del “nation building”. Il Prof. Jakir segnala, infatti, problemi come l’influenza di alcune confessioni religiose, oppure il fatto che tale processo sia stato impostato nel XX secolo dall’alto,  a partire da un livello sopra-nazionale. Questo processo nasce, infatti, dal principio dell’autodeterminazione di ogni gruppo etnico: ciò ha portato come conseguenza la rivendicazione da parte di ciascun gruppo di un proprio Stato, di un proprio territorio geografico. Altre cause di questo fallimento, Jakir le individua nella sfera economica, analizzando la situazione del sud-est europeo, svantaggiato da un punto di vista geografico in quanto lontano dagli Stati economicamente ricchi e sviluppati e dal punto di vista delle risorse. Tutto ciò ha ripercussioni anche all’interno delle singole regioni, creando disuguaglianze e disparità di sviluppo tra il settentrione e il meridione: la conseguenza immediata è che si perde l’interesse nazionale e cresce quello del “gruppo”, viene meno lo spirito di fratellanza tra i diversi gruppi e fallisce l’idea dello stato unitario.

A mio parere, il fattore che ha causato la disgregazione di questi stati è soprattutto il fallimento del principio del “nation building”. Infatti, secondo il Prof. Jakir, non si è dato abbastanza tempo affinché si attuasse tale progetto, così come è successo ad esempio per la Germania e l’Italia, che solo nel XIX secolo hanno raggiunto l’unità.
In secondo luogo il processo “nation building” ha preso come punto di riferimento due esempi molto lontani dalla realtà cecoslovacca e jugoslava, come lo stato centrale francese e il sistema federale tedesco. L’errore nel prendere questi come esempi consiste nel fatto che alla base di questi sistemi deve esserci una nazione già precedentemente formata e riconosciuta, condizione lontana per l’Europa sud-orientale. Per questi motivi ritengo che questi fattori abbiano maggiormente influenzato il fallimento della Cecoslovacchia e della Jugoslavia. 


 

Chiara Pesino, Osservazioni personali sulla base di un confronto tra le analisi di M. Waldenberg su comunismo e nazione e di A.Jakir sulla ex Juogoslavia.

In entrambi i documenti vi è una marcata differenziazione tra le nazioni dell’Europa occidentale e quelle dell’Europa centro-orientale.
La loro nascita, i loro principi, i loro presupposti e ovviamente le ideologie alla base sono molto diverse tra loro, per non dire diametralmente opposte in taluni casi.
Basti pensare anche solo alla loro formazione, al modo in cui esse sono nate.
Nell’Europa occidentale la “pratica” più diffusa è stata quella dell’associativismo, o, per citare il celeberrimo Ernest Renan, il processo soggettivo o elettivo che conta sulle decisioni individuali e dunque sulla formazione di una comunità scelta. La via associativa di questo processo è tipica delle grandi nazioni, quelle che per così dire hanno posto il “trittico” sovranità - territorio - popolo alla base della loro costituzione.
Nell’Europa centro-orientale, invece, la “via” più diffusa è stata quella dissociativa, fondata sul distacco di piccoli territori da un grande Stato nazionale o meglio dalla scissione di imperi multi - etnici. Il prodotto del dissociativismo è dunque a mio parere oltre che mediocre, anche instabile e precario. Questo fatto è facilmente comprensibile dal momento che è la realtà a dimostrarlo. In effetti piccoli Stati, nati dal distacco di uno che prima li comprendeva, molte volte hanno vita breve e comunque non hanno in se le peculiarità tipiche che caratterizzano una nazione, ma sono solo, per così dire, delle brutte copie (o delle piccole copie) di Stati più grandi.
Tra l’altro in questa sorta di “confederazioni” cominciano a venir meno alcuni prerequisiti. Facendo l’esempio della Jugoslavia, che viene trattato sia dal prof. Jakir, sia dal prof. Waldenberg, in essa ben presto venne a mancare o meglio a erodersi il principio di fratellanza e, mentre vi era la presenza del popolo, di fatto non esisteva un vero e proprio Stato nazionale. E questo avvenne perché nonostante le sue dimensioni ristrette la Jugoslavia in realtà era molto divisa.
Tra l’altro, in tutto questo discorso rientra perfettamente quello politico, trattato in ambedue i documenti, basato sull’antitesi tra Comunismo - capitalismo, l’uno caratterizzante i Paesi orientali, l’altro quelli occidentali.
In particolar modo, per ciò che riguarda il Comunismo, ritroviamo un’analitica ed esauriente chiarificazione nelle parole del prof. Jakir. Egli infatti ci spiega come il connubio Comunismo - Paesi orientali abbia portato all’inevitabile non formazione dello Stato nazionale.
Prima di tutto bisogna precisare che da sempre proletariato e nazionalismo non hanno avuto molto in comune, perché se da una parte il primo mira alla realizzazione di una dittatura comunista, dall’altro il secondo è interessato a far sviluppare i legami nazionali, legami che non hanno di certo vita facile in questo “clima” avverso.
Ma il problema sostanziale, a partire da Marx, risiede nel fatto che la Nazione viene concepita come un progetto della classe borghese che proponendosi come classe dominante, conquista il controllo dello Stato, dei suoi apparati legali e produttivi a scapito dei vecchi ceti feudali e aristocratici. I proletari quindi vi sono esclusi e la Nazione, in quanto prodotto borghese, è strettamente connessa alle dinamiche del sistema capitalistico. La Nazione dunque viene vista come una realtà storico-politica contingente e giammai necessaria.
A tal punto è perfettamente spiegato il perché della propensione verso un atteggiamento internazionalistico da parte dei bolscevichi e anche il motivo per il quale un’eventuale nascita di uno Stato nazionale debba essere strettamente connessa alla Rivoluzione Proletaria, dunque alla lotta di classe. E’ ovvio quindi che gli interessi nazionali siano antagonisti agli interessi di classe.
Infine, un’ultima problematica trattata solamente dal prof. Jakir è quella della religione, che molto spesso si presenta con un fattore reale, di grande impedimento per la nascita dello Stato nazionale.
Basti pensare alle guerre che continuano a succedersi in Medio Oriente, per esempio in Palestina dove Israeliani e Palestinesi si contendono una sottile striscia di terra, la striscia di Gaza; il tutto per delle concezioni religiose di fondo molto discostanti tra di loro.
La guerra dunque non ha portato e di certo non porterà a nulla in quanto fine a se stessa, a meno che non si intraprendano dei rapporti diplomatici atti a trovare un compromesso. Se ciò non succede una catalizzazione porterà ad un punto di non ritorno, ad un processo irreversibile.