Su diritti umani e autodeterminazione

 Interventi di studenti della classe V sez. B indirizzo Linguistico Brocca, A.s. 2007/08,
Liceo Classico Statale "F.Capece", Maglie (Lecce),
Insegnante prof.ssa Antonia Turchiuli. 
 

 

Ludovica Bruno, Un'intervista "possibile" 

 

Federica Paiano, Un dibattito immaginario

 

Marta Romano, Un colloquio immaginario

 

Benedetta Fedele, Lettera (immaginaria) sulla nazione 

 


 

Ludovica Bruno,  Un'intervista "possibile".

Un'intervista immaginaria  al prof. Michelangelo Bovero, docente all’Università di Torino.

Ludovica B:  Salve professore. Sono Ludovica Bruno della V B del Liceo F. Capace inviata immaginaria della rivista "Panorama". Ho chiesto insistentemente di fissare questo incontro quando mi è pervenuto il testo della sua relazione, perché volevo farLe alcune domande riguardanti un aspetto problematico di antica data ed ancora oggi protagonista di dibattiti e conferenze. Forse ha già compreso a cosa sto alludendo. Si tratta del problema della nazionalità. Ecco, vorrei sapere lei cosa ne pensa. Dal suo punto di vista, la nazione, tracciando dei confini, giova alla società degli individui?

Professore: Nel concetto di nazione ritengo che si possa rintracciare una leggera, non tanto evidente ma fondamentale contraddizione; la nazione garantisce l'autodeterminazione dei popoli. In questo modo si possono avere molteplici conseguenze siano esse positive o negative; da un lato sappiamo che ciò fa sì che ci sia libertà e, allo stesso tempo rispetto all'interno di un singolo Stato. Dall'altro però qualcuno ha dimenticato che l'autodeterminazione non fa altro che accentuare e sottolineare le differenze culturali e provocare la nascita di un aggettivo molto spesso utilizzato in senso dispregiativo: "straniero". Questa è la prova del fatto che il concetto si rivela incompatibile con la garanzia dei diritti umani, ovvero dei diritti di libertà individuale. La storia lo ha dimostrato ed in particolare è spontaneo il riferimento alla Rivoluzione Francese.

Ludovica B: Sappiamo che il 1789 è stato l'anno di radicali cambiamenti, a partire dalla Francia per giungere poi in tutta Europa. Perché il riferimento alla rivoluzione? Non ha forse segnato una svolta decisiva?

Professore:Certo. Senz'altro. La Rivoluzione Francese scoppia come polemica contro la nobiltà e ha come principale obiettivo quello di imporre una sovranità popolare. Ed in questo caso potremmo tranquillamente accostare l'idea della sovranità all'idea di nazione in quanto sono richiesti affermazione e riconoscimento di un popolo, considerato un vero e proprio organo politico. Inizialmente il programma politico seguiva una linea retta, infatti tutti i sudditi che fino a quel momento conoscevano solo le parole "sottomissione e obbedienza", ora diventano cittadini uguali, figli della patria; conosciamo tutti infatti i tre principi della Rivoluzione: libertà, uguaglianza, fraternità. Ad un certo punto però la linea retta segue un andamento curvo; in altre parole, se lo scopo delle guerre era quello di liberare tutti gli altri Stati d'Europa da una monarchia o in generale da antichi regimi, adesso il solo traguardo che si cerca di raggiungere è l'espansione territoriale. Quindi da qui si nota una sorta di incompatibilità tra le dichiarazioni iniziali e l'attuazione nella realtà di tali dichiarazioni.

Ludovica B:  Quindi lei afferma che l'idea di nazione, nel momento della sua realizzazione persegue fini differenti rispetto al punto di partenza?

Professore:Esattamente. L'idea di nazione è strettamente legata al nazionalismo che considero un vero e proprio strumento di lotta politica. Tutti gli individui facenti parte di una comunità molto spesso aspirano alla formazione di una nazione, pensandola come un concetto che darà vita ad uno Stato perfetto, all'interno del quale vengono garantite le libertà e i diritti individuali. È chiaro però che a volte il nazionalismo può intraprendere strade diverse.
Sono tre infatti i movimenti ideologici attraverso cui si è manifestato: il nazionalismo "integrativo" che ha permesso ad alcuni Stati di raggiungere l'unità, il nazionalismo "smembrante" che ha distrutto gli imperi e infine il nazionalismo "aggressivo" che ha avuto come conseguenza le due guerre mondiali. Per questo, riagganciandomi nuovamente alla Rivoluzione Francese, è ben noto che la formazione di una nazione è un traguardo che in molti vogliono raggiungere.
In realtà però nessuno ne comprende i lati oscuri.

Ludovica B:  Da ciò ne deduco che la nazione sia un concetto non del tutto identificato. È corretto affermarlo?

Professore:Assolutamente sì. Purtroppo lei ha ragione. La nazione ed in questo caso anche il nazionalismo cadono nuovamente in una forte contraddizione. A proposito di ciò, sono solito utilizzare una particolare metafora che racchiude in sé tutto il significato. Ebbene, il nazionalismo è un fantasma; non ha un volto quindi è privo di identità e si aggira silenziosamente tra gli individui, li tormenta a tal punto da spingerli alla ricerca e all'affermazione della propria identità, sfociando poi, sempre e comunque, in qualcosa di diverso.

Ludovica B: Quando si parla di nazione si parla di concetto. Ma un concetto può essere classificato come inconsistente, incompatibile?

Professore: Sì. Il concetto è un particolare strumento di interpretazione del mondo ed ha come scopo quello di analizzare la realtà in tutti i suoi aspetti. Non sempre, però, adempie al suo compito. Infatti un concetto, prima ancora di essere confrontato con altri concetti, è considerato incompatibile e inconsistente perché mal costruito.

Ludovica B: La nazione deve essere costruita su basi aventi specifiche caratteristiche; ciò vuol dire che gli elementi che formulano questo concetto devono essere specifici e non generali. A proposito di ciò, Lei è d'accordo col fatto di tracciare dei confini che racchiudano popoli accomunati dalla cultura e dall'etnia?

Professore: No; la cultura non è un fattore stabile. Infatti, nel momento in cui si diffonde su un territorio non è detto che rimanga sempre la stessa. I comunitari sono un esempio della realizzazione di questa ideologia: hanno creato la "comunità nazionale" che corrisponde allo Stato-Nazione e le "minoranze culturali". Su quali criteri? Proprio su quelli precedentemente citati senza dimenticare la lingua, le tradizioni e le credenze. I risultati e le conseguenze di queste superficiali divisioni sono i perpetui conflitti che raramente vengono risolti. Questo non fa altro che rafforzare la mia teoria e cioè non ritengo che sia assolutamente possibile l'identificazione tra cultura e società. In modo riassuntivo, paragono questo tipo di identificazione ad un mito.

Ludovica B: Secondo Lei, questa decisa richiesta, o meglio, pretesa di identificare la cultura con una società, che tipo di conseguenze può avere?

 Professore:Innanzitutto ne deriva una vera e propria rivendicazione del primato delle culture; queste comunità sono sempre più convinte nel pretendere il riconoscimento di quelli che vengono definiti "diritti culturali" che riprendono il concetto di "autodeterminazione dei popoli". Questi tipi di diritti naturalmente non possono essere considerati da un punto di vista individuale ma devono essere estesi a tutta la collettività perché ad ogni diritto corrisponde un dovere e ciò implica la presenza di un rapporto o contratto. Allo stesso tempo però non posso affermare che si tratti di diritti collettivi: infatti, così come un diritto di associazione non ricade sui soci, allo stesso modo il diritto della comunità culturale non è da considerare un diritto sui membri della stessa.

Ludovica B: Quindi, secondo quali criteri possiamo stabilire che un popolo appartenga ad uno Stato, se non con quello relativo alla cultura?

Professore:Per parlare di Stato è opportuno partire dal popolo e quindi dagli individui che ne fanno parte perché è il popolo che crea il proprio Stato e non viceversa. Il popolo, che paragono anch'esso al fantasma dai mille volti, non stabilisce un criterio di appartenenza ma nasce nel momento in cui fonda uno Stato, il proprio Stato.

Ludovica B: Lei nega completamente la presenza di minoranze culturali all'interno di uno Stato?

Professore:Assolutamente no. Sono consapevole dell'esistenza di specifiche minoranze ma non condivido il fatto che molto spesso vengano politicamente considerati gruppi autonomi. Sottolineo infatti che lo Stato moderno nasce come ente territoriale, non etnico-culturale. Inoltre l'oppressione esercitata su queste minoranze alimenta sempre di più il diritto di rivendicazione all'autodeterminazione e la conseguenza è la legittimazione di tali rivendicazioni.
Ciò non aiuta a risolvere l'incompatibilità di principio che purtroppo persiste tra il diritto all'autodeterminazione dei popoli e i diritti fondamentali di libertà individuale e aggrava il problema.

 


 

Federica Paiano, Un dibattito immaginario

Dopo aver analizzato il documento "Nazione,nazionalità, autodeterminazione. E' compatibile l'autodetrminazione dei popoli con i diritti umani?" del Prof. Michelangelo Bovero, ho immaginato un dialogo tra A.Weishaupt (A.W.), J. De Maistre(J.D.M.), C.Taylor(C.T.), P.Häberle (P.H.).

J.D.M.: La Divina Provvidenza regola il corso della natura e della storia e considero i suoi disegni imperscrutabili. L’uomo non può affidarsi alla sua ragione finita perché si troverà sempre a doverne riconoscere i limiti e non potrà mai giungere alla conoscenza della realtà, quindi dell’unione tra io e mondo, se non attraverso l’ idea di Dio. 

A.W.: Ritengo, invece, che il mondo possa essere considerato come una grande famiglia e che la natura detta le regole senza, però, negare l’ esistenza di un Dio immanente. La vera essenza degli uomini è l’amore verso la stessa umanità da cui scaturisce immediatamente l’uguaglianza degli uomini e la fratellanza. Con la nascita della nazione ogni individuo non si è più riconosciuto con un unico nome, si sono accentuate le differenze e il nazionalismo si è sostituito all’amore per l’umanità. 

J.D.M.: L’uomo può giungere alla verità solo inchinandosi alla Provvidenza divina e conseguentemente a quelli che sono i suoi strumenti terreni: la Chiesa e lo Stato nazionale. 

A.W.: Se consideriamo lo Stato come strumento terreno della Provvidenza divina ne giustifichiamo evidentemente l’ esistenza. 

J.D.M.: Non solo intendo giustificarne l’esistenza, ma tengo a precisare che ritengo la forma di governo monarchica la migliore garante della sovranità; sostengo infine che il potere detenuto dal sovrano gli è stato conferito direttamente da Dio. 

A.W.: Trovare una giustificazione e una legittimazione all’esistenza e allo sviluppo dello Stato nazionale significa incentivare lo spirito nazionalistico o meglio patriottico. Giunto a questo punto rilevo una contraddizione. Se è vero che la Provvidenza divina si propone di diffondere il messaggio d’ amore e di fratellanza tra gli uomini e se è vero anche che la Provvidenza si esplica attraverso il corso della storia, questa storia segnata da rivoluzioni e guerre, qual è e dove possiamo trovare un punto di conciliazione? 

J.D.M.: Le rivoluzioni e le guerre sono parte integrante della storia e oserei dire che sono assolutamente necessarie. Sostengo, però, che rappresentano degli intervalli negativi facenti parte di un “tutto” positivo. Non reputo quindi un procedimento corretto il contrapporre il corso della storia e il messaggio d’amore, entrambi frutti della Provvidenza. 

C.T.: Esistono e maturano frequentemente dei conflitti quando si parla delle cosiddette “minoranze culturali”. Queste ultime rappresentano delle comunità minori rispetto alla nazione, che si riconoscono in una propria identità differente da quella della nazione cui appartengono; una diversità che si fonda sull’etnia e sulla cultura ( la lingua, le credenze, i costumi..). 

P.H.: In questo modo, però, si prende come presupposto necessario un legame che consideriamo naturale tra il territorio, il popolo e la cultura e questo non può che essere un errore evidente che comporta risultati negativi. Anzitutto non possiamo dare per scontato l’esistenza di una totale identità tra cultura e popolo e non è corretto sostenere che ogni popolo abbia un territorio. Basta solo fare riferimento a quelle che Taylor ha precedentemente definito comunità minoritarie, vere e proprie nazioni nelle nazioni, ed è inevitabile che ciò generi dei contrasti. 

C.T.: Häberle ha messo in luce la questione territoriale come principale causa di conflitti tra le nazioni più piccole e quelle più grandi. Ritengo non si possa assolutamente trascurare la rivendicazione del diritto all’autodeterminazione da parte di queste minoranze che aspirano ad uno Stato nazionale a tutti gli effetti. 

P.H.: E’ vero che lo Stato nazionale nasce per volontà dell’uomo ma è necessario essere consapevoli del fatto che legittimare il diritto all’autodeterminazione significa innescare un pericoloso circolo vizioso, poiché esisterà sempre una minoranza che rivendicherà lo stesso diritto alla vecchia minoranza che intanto è riuscita ad affermarsi e si è elevata al rango di vera nazione. 

C.T.: Mi ritengo abbastanza sicuro nel poter affermare che la legittimazione del diritto all’autodeterminazione dei popoli deriva quasi sempre dalla condizione di oppressione in cui queste minoranze vivono e da cui vogliono uscire. E allora: sostenerle o non sostenerle?
La soluzione a questo dilemma consiste nell’ accostarsi al problema sostenuti dalla nostra morale prestando comunque attenzione alle radici e alle vere motivazioni  che spingono queste comunità a lottare.

 


 

 

Marta Romano, APPROFONDIMENTO SU "NAZIONALITA’, AUTODETERMINAZIONE. E’ COMPATIBILI L’AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI CON I DIRITTI UMANI?” di M. Bovero.

Propongo qui un colloquio immaginario tra me e  il filosofo M. Bovero.

Marta Romano: Professore, nel suo testo definisce il concetto di nazione inconsistente e implausibile. Su che base?

Professore: Chiarisco subito la mia posizione: il mio pensiero sul concetto di nazione è strettamente legato al principio all’autodeterminazione dei popoli, teoria anch’essa ambigua, contraddittoria e mal costruita. Ecco perché per avvalorare la mia posizione cito due importanti figure nel mondo della filosofia: Piero Martinetti (filosofo torinese), il quale dichiarò “io sono un cittadino del mondo,casualmente nato in Italia”, infastidito dalla richiesta di documenti da parte dei funzionari dello Stato fascista, e Adam Weishaupt (illuminista tedesco) che affermò che in seguito alla nascita delle nazioni il mondo non è più esistito come un unico impero, in quanto il nazionalismo ha permesso ai vari popoli di disprezzare gli stranieri, di ingannarli e di offenderli. Da ciò scaturì il patriottismo come virtù.

Marta Romano: E’per questo che afferma che il diritto del principio all’autodeterminazione è in contrasto con la garanzia dei diritti umani, dei diritti fondamentali di libertà individuale? Ragion per cui fornisce le sue tre tesi teoriche?

Professore: Certo e le tre tesi teoriche non fanno altro che rafforzare il mio pensiero elencando le tre caratteristiche riferite ai tre rispettivi concetti di “nazione”, “nazionalità” e “nazionalismo”. Infatti:la nazione è una mistificazione; la nazionalità viene identificata come un carattere nazionale propagato per naturale o storico-naturale, corrispondendo così per contraffazione; e, infine, il nazionalismo è un’invenzione, è considerato lo strumento della lotta politica, con potenzialità autoritarie e totalitarie inesorcizzabili.

Marta Romano: E sul concetto moderno di nazione cosa ne pensa? E quali sono le contraddizioni che ne derivano?

Professore: Il concetto moderno di nazionalità scaturisce da una personalità schizofrenica sviluppatasi tra la rivoluzione industriale e le rivoluzioni politiche del ‘700. In questo modo i nazionalismi non sorgono, ma piuttosto i nazionalisti fabbricano l’idea di nazione, portando ad un’autocontraddittorietà della stessa, la quale si presenta così ambigua in senso politico:in primo luogo la nazione si propone sotto le sembianze di un’unità coesa,ampia che supera i localismi microcomunitari in cui erano frantumate le società(la rivoluzione americana con la volontà del popolo di riconquistare l’indipendenza politica ne è un palese esempio); in secondo luogo essa si presenta come solida base di resistenza comunitaria per la difesa e la protezione dei vincoli concreti di senso e di affetto(la rivoluzione francese con la sua idea di sovranità connessa alla volontà generale è la migliore rappresentazione).

Marta Romano: Miroslav Hroch e Louis Snyder fornirono rispettivamente tre tappe e tre tipi di movimenti ideologici in merito all’idea di nazione. Hroch affermò che la prima tappa era costituita dagli intellettuali suscitatori dell’idea di nazione e delle identità nazionali; la seconda era formata dalle élites politiche che nell’’800 guidarono le nazioni per procurarsi uno Stato; la terza ed ultima tappa rappresentata dai nazionalismi strettamente intesi. Louis Snyder individuò tre tipi di nazionalismo: “integrativo” che portò lo Stato al consolidarsi di una struttura uniforme; “smembrante” che disgregò gli imperi austro-ungarico e o ottomano; “aggressivo” che sfociò nelle due guerre mondiali. Quale è stata la conseguenza dopo quanto è stato detto?

Professore: Si parla di nazionalismo. Questo è  l’aspetto che è stato colpito, infatti si è definito un fantasma dai mille volti, se non addirittura senza volto e soprattutto senza identità, tanto da risultare contraddittorio, perché la “nazione” ha preteso di essere il supremo fattore di identificazione.

Marta Romano: La controversia tra “liberali” e “comunitari” portò alla nascita di una nuova corrente filosofica, grazie a Michael Sandel, Alasdair MacIntyre, Charles Taylor, quella dei cosiddetti”comunitari”. Può illustrarla nei suoi diversi aspetti?

Professore: Innanzitutto la parola “comunitari” viene intesa come la categoria stessa della “comunità”,o quella dell’ “identità” collettiva e del suo riconoscimento, del “multiculturalismo”e dei “diritti culturali”. Ne deriva il conflitto tra gli Stati-nazione e le minoranze culturali “nazionali” in contrasto con le maggioranze nazionali.

Marta Romano: Professore, i termini “etnia” e “cultura” definiscono una pregiudiziale identificazione ascrittiva degli individui come membri di totalità organiche omogenee, ma il multiculturalismo che ruolo assume in tutto ciò?

Professore: Esso costituisce una sinonimia tra “cultura” e “ società”; però si incorre in errore, per quanto riguarda la visione comunitarista, che postula l’esistenza di un legame “naturale” tra una popolazione, un territorio e una cultura, che si influenzano in una reciproca uniformazione.

Marta Romano: Nel successivo paragrafo parla ampliamente dei diritti fondamentali, intesi come diritti culturali rivendicati da soggetti collettivi con il diritto all’autodeterminazione, e quali altri ne derivano?

Professore: Il diritto soggettivo collettivo non deve entrare in conflitto coi diritti fondamentali di libertà individuali; il diritto individuale si esercita congiunto ad altri e non bisogna interpretarlo come un diritto della comunità culturale sui membri;il diritto di associazione non è riferito ai soci; i diritti culturali si trasformano in doveri individuali contrapponendosi ai diritti fondamentali di libertà. Si deve precisare che ridurre i diritti di libertà al diritto di uscita dalla comunità culturale è implausibile e inaccettabile.

Marta Romano: Per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti culturali,esso va verso la rivendicazione del diritto all’autodeterminazione collettiva politica. Cos’ha da puntualizzare?

Professore: Ho delle considerazioni da fare sul concetto di “cittadinanza”e “nazionalità”, cioè l’appartenenza alla nazione o allo Stato-nazione. A sostegno della mia tesi, il costituzionalista Peter Haeberle elaborò un concetto fuorviante ed erroneo “Staatsangehoeren” che stabilisce due concetti: il cittadino deve “angehoeren”(essere appartenente) o il cittadino “gehoeren”(essere proprio) dello Stato. Questo concetto non è totalmente corretto ed è stato confutato nel corso del tempo in quanto lo Stato esiste solo per la volontà dell’uomo e non viceversa,per cui si deve partire dagli individui non dallo Stato.

Marta Romano:Per concludere un’ultima domanda. Sulle “minoranze culturali” o “linguistiche”, “etniche” o religiose”,cosa può sottolineare?

Professore: Non si può negare l’esistenza di queste minoranze, è ovvio; ma sicuramente ciò non comporta il riconoscimento delle stesse come gruppi politici indipendenti e autonomi, autodeterminantisi, come Stati, altrimenti verrebbero meno i caratteri per i quali viene a formarsi lo Stato stesso. Ciò che dà vita alle minoranze è l’oppressione che a lungo andare finisce per legittimare le rivendicazioni all’autodeterminazione.
E ciò complicherebbe solo la situazione.


Benedetta Fedele, Lettera (immaginaria) sulla nazione

Ho immaginato di scrivere, sulla base della relazione del prof. Michelangelo Bovero, una Lettera sulla nazione ispirata dalle numerose di Madame de Staël. Ho ritenuto fosse uno degli strumenti migliori per poter esprimere in modo diverso, e forse più efficace, le ideologie e le posizioni in merito ad una determinata argomentazione.

Il concetto di nazione di nazione, in quanto concetto generale, può solo essere in se stesso inconsistente e implausibile, pertanto inaccettabile, mentre la teoria che difende l’autodeterminazione dei popoli, in quanto teoria astratta, appare esclusivamente come mal costruita e ambigua, nonché contraddittoria.
La tesi fondamentale teorica, e non ideologica, è proprio il diritto all’autodeterminazione, il quale, riconosciuto come tale, è incompatibile con la garanzia di tutti gli altri diritti umani, come la libertà individuale.
L’aspetto che ritengo opportuno evidenziare ora e che puntualizzerò è la distinzione delle tesi teoriche preliminari e, a mio parere, fondamentali, per poter comprendere a pieno e con chiarezza il mio discorso.

La prima tesi è l’idea di nazione, da sempre considerata come una mistificazione, un concetto rafforzatosi negli anni della
rivoluzione industriale e delle varie rivoluzioni del XVIII secolo. Tale idea si presenta, però, alquanto ambigua poiché si propone, da un lato, come un’unità compatta capace di superare i vari dislivelli e le varie disuguaglianze sociali; dall’altro, come base di resistenza comunitaria contro i nuovi universalismi del mercato e dei diritti dell’uomo; ambigua, perché se pensiamo alla rivoluzione americana è l’idea di un popolo che aspira alla conquista dell’indipendenza politica e se pensiamo, invece, alla rivoluzione francese è l’idea di un popolo che aspira a diventare un soggetto politico unitario, un’idea legata, quindi, alla sovranità.
La seconda tesi è, invece, quella della nazionalità che, riferendoci ad ogni sua forma, è in realtà un carattere esclusivamente convenzionale, al contrario di quanto si afferma considerandolo storico o culturale, e pertanto appare come sofisticato. Vorrei, inoltre, precisare che non bisogna assolutamente confondere il carattere della nazionalità con altri che possono essere “cultura” o “società”, come se ad esempio la cultura coincidesse con un popolo, con un’unità di popolazione di una determinata nazionalità; indubbiamente le culture, così come le tradizioni, gli stili di vita, le credenze, caratterizzano una comunità, ma è anche vero, e forse ovvio, che  questi aspetti non vanno a costituire il carattere della nazionalità di quel popolo.
Per quanto riguarda, invece la terza ed ultima tesi, quella del nazionalismo, posso affermare che sia in un certo senso una sorta di fantasia, di “invenzione”, e in quanto tale è visto come strumento per eccellenza delle lotte politiche. Ritengo anche necessario precisare che è proprio dal nazionalismo che si è sviluppata quell’idea e quella pseudo-realtà della nazione, e non viceversa come spesso si crede. Tre sono i tipi di movimenti ideologici che fanno capo al carattere del nazionalismo, vale a dire il nazionalismo integrativo, quello smembrante e quello aggressivo. Il primo è il nazionalismo che ha portato al consolidarsi e all’unità di alcuni Stati; il secondo, al contrario, porta e ha portato al crollo degli imperi, il terzo, invece, è quello che ha addirittura provocato guerre e conflitti tra i vari Paesi.
La problematica riguardante l’incompatibilità di principio tra i diritti all’autodeterminazione dei popoli e i diritti fondamentali di libertà individuale, che possono anche essere intesi come diritti politici i primi e diritti culturali i secondi, si riapre.
Tale incompatibilità è data dal fatto che gli uni non possono assolutamente “trasformarsi” negli altri. Difatti è vero che esistono molte minoranze culturali e etniche, ma ciò non implica che le suddette minoranze siano costituite da gruppi etnici politici indipendenti e autonomi, e tanto meno che si autodeterminino non più solo come popoli, ma come Stati, seppure di “taglia minima”.

  Maglie, 18 dicembre 2007                                                                                              Firmato                                                           

                    Madame de Staël
                       (alias Benedetta Fedele)